Subito appena si furono spiegati, fu la prima Lalla a trattare Giacomo col tu, francamente senza esitare, giubilante di poter dire a sè stessa che quell'uomo, il quale faceva tanto discorrere di sè, quel babau della morale, era ai suoi piedi, era suo, era—il suo amante. Ma quando egli le domandò il primo bacio,—no, sai, non te lo dò, un bacio—gli rispose rannicchiandosi in modo, nel cantuccio del canapè, da sembrare ancor più piccina, e ancor più bambina;—no, perchè coi baci, si sa come si comincia… ma non si sa poi… come si finisce;—ed abbandonò invece la manina morbida, nella mano di Giacomo, che gliela stritolò convulsamente, pallido, imbronciato, meravigliando in cuor suo, che—la bambina—avesse tanta esperienza. Tuttavia l'esperienza non mancava nemmeno al Vharè: egli aspettava paziente e rispettoso, senza esser punto disperato.

Uno solo, fra tutti i suoi adoratori timidi e sottomessi, ebbe la sfacciataggine di mancare a Lalla di rispetto; e fu il conte Pier Luigi. Sicuro; Lalla aveva voluto fare la civettina anche col vecchio zio: così… non per altro che per riderne colla Giulia!… Era un giochetto che le riusciva tanto bene!…

Un giorno, sul tardi, nel salottino s'era fatto un po' buio, le altre visite s'erano dileguate, e lo zio e la nipote aspettavano l'ora del pranzo. Lalla languida languida, colla testina chinata, tagliava lentamente con una stecca d'avorio, le pagine di un romanzo nuovo, mentre scherzava col suo piedino tra il falbalà della veste. Pier Luigi, colla faccia invasata, le era seduto accosto e le ripeteva che era una donnina irritante. Lalla si ostinava a volerne sapere il perchè, fingendo di non capire ciò che invece capiva benissimo. Pier Luigi allora le disse, con la voce grossa, che si era fatta bella, e lei, di rimando, a rispondergli che mentiva, che sapeva di essere brutta e che lui parlava così, perchè c'era buio! Pier Luigi minacciò di alzare la tendina, e lei ad opporsi amabilmente e a non volere che lo facesse…—Allora non gli sarebbe piaciuta più!…—Il vecchio non fiatò, non rispose, ma, d'improvviso, le stampò un bacio sul collo. Lalla si alzò di colpo, fremente d'ira e di ribrezzo; ma lo zio, che la teneva stretta con un braccio, le strisciò un altro bacio sulla bocca. Lalla pallida, senza un grido, si sciolse violentemente da quella stretta, spingendo il vecchio lungi da sè, e balbettando:—Vi trovo ributtante, sapete; ributtante, ributtante!…

Lalla, prudente, per evitare dispiaceri, non riferì quella scenaccia al marito; ma Pier Luigi, punto sul vivo, non le perdonò mai più.

… E l'angelo custode, nel frattempo, che cosa faceva? Maria scriveva di continuo alla figliuola lettere lunghissime, colme d'affetto, di premurose sollecitudini, di consigli, e di ammaestramenti. Ma Lalla trovava quelle lettere noiosette e melanconiche, perciò le scorreva in fretta, saltando le mezze pagine e spesse volte guardando appena alle ultime righe, tanto per accertarsi che il babbo e la mamma stavano bene.

Maria aveva fissato di recarsi a Roma col duca Prospero, e questi, infatti, vi raggiunse la figlia e il genero, verso la metà di maggio, tre giorni dopo che gli fu comunicata, ufficialmente, la sua nomina a senatore del Regno; ma alla duchessa d'Eleda, all'ultimo, era venuto meno il coraggio, ed era rimasta sola a Borghignano. a provvedersi di forze, per il momento, ormai prossimo, del ritorno di Giorgio e di Lalla.

Già la poveretta aveva sperimentato a proprie spese come il volere e il coraggio abbiano un limite; e ciò nell'occasione che gli sposi fecero a Santo Fiore la loro gitarella, quasi all'improvviso. Per un giorno Maria potè reggere, mantenersi tranquilla, e mostrare una contentezza che non sentiva nel cuore, ma poi, malata, colla febbre, dovette rimanersene a letto.

Da qualche tempo la salute della duchessa peggiorava a vista d'occhio; ma Prospero Anatolio non vi badava gran fatto. Egli si lamentava, invece, trovando che sua moglie era eccessivamente lunatica, piena di egoismo e vuota di cuore: lei non faceva nulla per alleviare al marito il doloroso distacco della figliuola. Ma l'infelicità di Prospero Anatolio non era altro che rettorica; egli aveva un solo dispiacere: quello di non possedere l'ubiquità di Sant'Antonio, e perciò di non poter, essere, nello stessa tempo, nel palazzo municipale di Borghignano, dove imperava autocrate assoluto, e nel Senato del Regno, in cui, alla prima seduta, domandò subito la parola. Peccato che il caldo cominciasse a liquefare gli onorevoli e fossero imminenti le vacanze delle Camere.

In casa Della Valle si cominciava intanto a fare le valigie, e con gran consolazione della Nena, la quale, a Roma, forse perchè non era nè un deputato, nè un senatore, non ci si poteva vedere. Pativa di nostalgia, in mezzo a quell'andirivieni di facce nuove, e non capiva la maraviglia dei signori che si fermavano colla bocca aperta, ammirando certe case rovinate, certe statue senza naso, certi fusti di colonna col capitello rotto. La Nena non avrebbe dato il corso di Borghignano per tutta Roma. A Borghignano, almeno, le strade erano pulite e piane, mentre a Roma bisognava arrampicarsi su su, come in montagna, e si ritornava a casa colla testa intronata. E poi la Nena ci soffriva di amor proprio a non essere conosciuta da nessuno. A Borghignano sapevano tutti chi era; le facevano di cappello, e i merciai, i giovani di negozio, erano pieni di garbatezza e di premure; ma a Roma?… A Roma pareva che le facessero un piacere a venderle la roba, e la servivano in fretta e in furia, senza nemmeno lasciarle il tempo di barattare quattro parole.

A consolarla un poco, le capitò, altrettanto caro quanto inaspettato, il Corriere d'Euterpe con una corrispondenza da Palazzolo sull'Oglio, segnata col lapis rosso. Il cuore le disse subito ch'era stato Sandro Frascolini a mandarle quel giornale; allora si chiuse sola nella sua camera e, compitando lesse la seguente corrispondenza: