Tutti, però, gli furono d'attorno, con dimostrazioni di simpatia e di rispetto; e fra le strette di mano e le larghe scappellate, i—buoni provinciali—lo squadravano da capo a piedi, con una maraviglia curiosa e pettegola. Il maggiore dei fratelli Tangoloni de Lastafarda, che ci teneva molto a darsi l'aria del viveur consumato nelle orgie e nelle bische, mentre, invece, tutta la sua dissipazione si riduceva nella perdita di qualche partita al bigliardo od al tresette, lo prese sotto il braccio e lo accompagnò nel palchetto dei nobili, affettando con lui una dimestichezza da compagnone, e l'erre aristocratica. Lì dentro, non gli lasciarono prender fiato, ma in due o tre, toltogli di mano il cappello, a viva forza lo trascinarono nel camerino, dove, tutti insieme, gli offrirono thè, vino, dolci e sigari. Fortunatamente, a sollevarlo da quello zelo soverchio, capitò in buon punto il presidente del teatro, un vecchietto lindo, lindo, tinto e profumato come una saponetta, che volle condurlo sul momento a visitare i ristauri del palcoscenico, e la nuova rampa del gaz, fatta costrurre apposta sul disegno di quella della Scala di Milano.

Quel buon vecchietto vagheggiava un'idea ch'era ad un tempo il sogno della sua vita e l'orgoglio della sua carica: ottenere, per una stagione d'opera, la diva Soleil al teatro di Borghignano. Per questo motivo faceva la corte al Vharè, e sentiva per lui un misto di invidia e d'ammirazione.

Quando ritornò nel camerino dei nobili, il Vharè cominciò a lodare le innovazioni del palcoscenico, la ricchezza dell'illuminazione, la bellezza e il buon gusto delle signore di Borghignano, e notò che i cori erano meno stonati dei cori dell'Apollo.—Insomma, voi altri qui a Borghignano—concluse—sapete far le cose per bene. Si direbbe di essere in una piccola capitale!…—Allora ricominciò l'assalto col vino, coi sigari e col thè. Giacomo ebbe anche l'amabilità di trovare il thè delicato e il vino squisito. Il direttore-economo del palchetto, sensibilissimo agli elogi, si fece avanti, per raccontargli che il vino lo aveva comperato all'ingrosso, tenendolo in serbo per le varie occasioni; che lo aveva pagata un franco e cinquanta al litro, mentre Tangoloni de Lastafarda, quando era economo lui, prendeva del Bordeaux nazionale, a due lire la bottiglia, che invece di cavare la sete, bruciava la gola. I giovani bontemponi a questa scappata sghignazzarono; il marchese (lo chiamavano tutti marchese, anche i più accaniti nel contrastare a Giacomo l'autenticità del titolo) sorrise appena, vedendo che lo scherzo non era stato bene accolto dal Tangoloni; poi, continuando a parlare colla sua verbosità facile ed elegante di teatri, di politica, di Monte Carlo, si avviò nel palchetto, seguito sempre dalla brigatella, e colla scusa di voler sentire l'Ave Maria di Gounod, che l'orchestra aveva appena incominciata, si mise a filare con Lalla. Il Tangoloni e gli altri, approfittarono del momento per esaminarlo di sottecchi, studiandone il taglio dell'abito e il nodo della cravatta. Il Vharè portava i capelli corti, all'inglese; e il giorno dopo il parrucchiere dei lions di Borghignano aveva da tagliare una decina di zazzere!…

Giacomo si sentiva di buon umore, ed era contento di Borghignano ed anche di quei giovanotti. Pareva che la duchessina, dal suo palchetto, diffondesse una luce che gli tingeva tutto color di rosa. Egli l'aveva veduta subito, appena entrato in teatro; ma, per un senso quasi di timidità, in lui affatto nuovo, aspettò qualche momento prima di fissarla col cannocchiale.

Lalla, seduta in faccia a Prospero Anatolio, voltava le spalle all'orchestra: tutta bianca, avvolta nei veli e nelle trine, spiccava dal palchetto, come sul fondo scuro d'un quadro. Senza adornamenti al collo e alle orecchie, senza un nastro, senza un fiore, senza neppure una gemma nel caratteristico disordine dei capelli biondi, volgeva attorno quei suoi occhi cangianti, come il colore del mare, con una tranquillità soave. Eppure quantunque il giro del suo sguardo avesse una meta prefissa, non si fermava punto al palchetto del Vharè, ma passava via lentamente, per ritornare un'altra volta, rifatto un altro giro, coll'orbita determinata di una stella. Quando vide Giacomo apparire nella barcaccia dei nobili, con quell'aria elegante che lo faceva somigliare ad un principe che viaggiava incognito, Lalla non arrossì, non si turbò affatto, non si lasciò sfuggire dagli occhi uno di quei lampi fugaci che tradiscono l'amore, ma adagio adagio, cominciò a giocherellare col ventaglio chiuso, segnale convenuto per avvertirlo di non andarla a salutare in palco quella sera: poi lo aprì e lo richiuse tre volte, indicandogli con quest'altro avviso che l'indomani lo aspettava a casa; tutto ciò, ella fece, senza mutare d'una linea il suo atteggiamento raccolto, composto, sempre colla testina bassa, con alcun che di verginale e d'immensamente dolce nell'aspetto. Ella sembrava un essere etereo, vaghissimo, che non respirasse dalla bocca socchiusa l'aria calda, pesante della sala, ma solo quella musica divina dell'Ave Maria che le alitava intorno mesta come un lamento, appassionata come una preghiera.

Il Vharè, che dopo il primo cenno del ventaglio si era fatto un po' pensieroso, al secondo si tranquillò di nuovo. Certo Lalla, potendolo ricevere in casa il giorno dopo, preferiva quella visita ai saluti diplomatici in teatro; e siccome egli capiva bene, che non avrebbe potuto visitarla la sera in palco e l'indomani subito in casa, senza commettere un'imprudenza, così l'approvò contento, col cuore in gioia.

Vicino al palchetto della contessa Della Valle c'era quello della duchessa d'Eleda, La mamma, lo dicevano tutti, si conservava bene, ed era ancora bella, più bella della figliuola, la quale, in compenso, era generalmente più simpatica. Maria, pallidissima, era di un'eleganza severa, matronale:—se pure destava l'ammirazione, fermava, agghiacciandolo, qualunque desiderio.

—La d'Eleda è sempre uno splendore!—esclamò ad un tratto il Vharè.

—Sfido io,—rispose un socio della barcaccia, che ci teneva a fare il freddurista—si conserva nel ghiaccio!

—Io però preferisco la Della Valle,—interruppe un terzo;—non è una bellezza come sua madre, ma è assai più piccante.