—Non so. Bisogna domandarlo ad Andrea.

Il portiere andò in cerca di Andrea, il quale ne chiese alla cameriera e finalmente, dopo un quarto d'ora, il Vharè fu accompagnato e introdotto dalla contessa.

—Se ogni volta che io vengo da lei—pensava Giacomo nel salire le scale—si mette sossopra tutta la casa, sarà più prudente che venga lei da me!…

Passò per un lungo quartiere, dove le sale dai mobili e dagli arazzi antichi si succedevano le une alle altre, larghe, alte, silenziose. I vetri delle finestre e le gelosie ermeticamente chiuse, le tendine calate, impedivano all'occhio del visitatore di notare i capolavori d'arte colà dentro raccolti.

A Giacomo pareva di attraversare un androne buio, interminabile, spirante un'auretta fresca e profumata. D'un tratto il servo si fermò, e sollevando con la mano la tenda di una portiera, inchinandosi fe' cenno al Vharè di accomodarsi in un salottino dove c'era ancora più buio che nelle altre sale. Giacomo entrò, ma poi si fermò su due piedi, aspettando che gli occhi si abituassero nell'oscurità. Allora un'onda odorosa lo avvolse, e mentre udiva ancora il passo del servitore battere chiaro e secco, a mano a mano che si allontanava, sul pavimento intarsiato delle sale, sentì dappresso il fruscìo di una veste e proprio di contro a sè distinse la bianca personcina di Lalla che, allungate le braccia, gli allacciava il collo, fissandolo amorosamente, il capo arrovesciato, mentre i capelli le cadevano sul volto, sulle spalle, e coprivano le mani di Giacomo, che la tenevano sollevata.

Così, avvinti l'uno all'altra, Lalla camminando all'indietro, Giacomo accompagnandola un po' curvo, strascicando co' piedi, per ischivare le vesti, si avvicinarono ad un piccolo canapè e vi caddero insieme, a sedere.

—Finalmente sei qui!…—disse Lalla con un filo di voce insinuante, chinando, abbandonando il capo sul petto di Giacomo, che senza dir nulla, respirava appena, colla bocca immersa nei capelli biondi odorosi.

Tacquero lungamente: lei tranquilla, felice, fremendo dal corpicciuolo esile, flessuoso, scosse di voluttà, compendiate in un lungo sospiro; Giacomo pallido, commosso, fatto timido e rispettoso da un abbandono così ingenuo e così sicuro.

Fu Lalla a parlare per la prima: Giacomo le rispondeva soltanto con monosillabi, quasi inintelligibili. Quello della cara bambina era un discorrere sommesso e appassionato; era un'anima che traboccava tutta in un'altra anima.

Intanto, la vista abituandosi là dentro a poco a poco, vi si diradavano le tenebre. Già si distinguevano benissimo alcune pianticelle di gardenie, poste sopra due sgabelli dorati, di fianco all'uscio, che lentamente chinavano la testina bianca, per udire che cosa mai si dicevano quei due, così a bassa voce. Si scorgevano i tulipani, di cui era fitto un panierino, collocato fra le tende nel vano della finestra, allungare il collo; i garofani sbocciare dalla curiosità; le azalèe, raccolte in una coppa di bronzo sopra una colonnetta, in uno degli angoli del salotto, aprire, per ascoltar meglio, i loro petali vermigli, mentre da una coppa intarsiata, che pendeva giù dal soffitto, una campanula indiscreta si abbassava allungandosi, più delle altre, per intendere quel linguaggio nuovissimo, che, nel silenzio profondo della stanzetta, mormorava misteriosamente come le note di un'armonia lontana. Ma tutti quei fiori freschi e fragranti, testimoni e complici ad un tempo di quelle ebrezze, non riuscivano a capir nulla. Soltanto un giglio il quale aveva perduto un simbolico candore dell'innocenza, per farsi rosso come il mantello del diavolo, pettegolo, sfacciato, ghignando e mostrando dalla bocca enorme spalancata la sua linguetta viperina, contava ad un mazzo di petunie che que' due, seduti là, così vicini, facevano all'amore.