—Come ti voglio bene, Nino mio!—diceva Lalla.—Ho pensato sempre a te, sai, continuamente, in tutti questi giorni. Quando ti allontani da me, mi sembra che tu ti porti via la mia anima, qui dentro, in questo taschino, sul cuore;—e Lalla scherzava colle dita in un taschino del gilet di Giacomo.—Allora me ne vado tutta sola nella mia camera, e sto per ore ed ore sdraiata in una poltrona, fingendo di dormire per non essere seccata. Ma non dormo affatto, sai, no; chiudo gli occhi per vederti. Se tu sapessi come ti vedo bene, col tuo bel viso serio e pallido; come ti vedo bene certe volte, col tuo sorriso cattivo, ma che a poco a poco diventa dolce, melanconico, diventa carino carino… così, come adesso!… Mi piaci tanto così, e mi sento tanto felice, perchè mi sembra di essere io quella che ti fa diventare più buono.—Che cosa sono io, per te?… Dimmelo. Giacomo la guardava sorridendo, e taceva sempre.

—Ditelo subito, subito!—E Lalla aggrottava le ciglia in tono imperativo, con una grazietta incantevole.

—Sei il mio angelo.

—Non hai detto—angelo—alle altre?… mai?… mai, Nino mio?

—No… ma…

—Che cosa ma?

—Volevo dire che… lo saresti un po' più, se tu lo fossi un po' meno. Mi spiego?

—Sta zittino… subito!… non si dicono queste brutte cose!—Le pareti hanno le orecchie e gli occhi, qui dentro: badaci.

—Ascolta, cara! l'appartamento è così lungo… mezz'ora prima si sentirebbe camminare sui parquets, se capitasse qualcuno.

—Se capitassero visite!… Ma la Giulia? il papà, che è in casa nostra tutto il giorno? la mamma? (se lo sapesse, sai, colla sua severa morale, Dio Dio che spavento!…) e Giorgio?… Possono entrare improvvisamente da una porticina segreta, che ti farò vedere nella stanza qui appresso. E… ci sta bene, pare, quella porticina, se no, lei non avrebbe giudizio!