Il Toscolano non faceva nient'altro, in tutto il giorno, che visitare le varie scuderie degli amici, e così, qualche volta, dalla corte passava al piano nobile a salutare le signore, sempre con gli sproni agli stivali, i calzoni scamosciati, lo scudiscio in mano e, tutt'intorno, un puzzo da mozzare il fiato.
Il marchese aveva poi un'abitudine, che ingenerava molta confusione: i cavalli, i cocchieri e le signore chiamava soltanto col nome di battesimo: Adamastor, Dirce, Vandalo, Fanny, Sandro, Cecco, Toni; l'Ippolita, la Jenny, la Norina.
Un altro bell'originale era Gianni Rebaldi, un omaccione sulla cinquantina, con una gran zazzera bionda, ritinta, spaccone scempiato, e sussurrone fastidioso, coll'aggiunta di una velleità seccante, quella di ostinarsi, col mezzo secolo in groppa, a voler fare il ganimede e il giovinottino che cerca moglie.
Gianni Rebaldi aveva trascorso a Bologna la prima e la seconda gioventù, divorandosi tutto il patrimonio fino alle ultime briciole e, adesso, a Borghignano, coll'aiuto delle signore, ripristinava, per suo proprio conto una specie di diritto d'asilo. Egli sfuggiva dalle persecuzioni dei creditori insediandosi, per mezze giornate, in un salotto o in un altro, discorrendo delle avventure di Bologna, delle feste di Bologna, delle signore di Bologna, tutto di Bologna, accapigliandosi sovente coi due Lastafarda, i quali pretendevano, invece, che a Milano, soltanto a Milano, vi fosse tutto il bello e tutto il buono del mondo.
Attorno a costoro, qualche avvocatino sentimentale e senza clienti, qualche piccolo vice-segretario di prefettura, qualche ufficialetto dilettante di musica, e i gran lions di Borghignano c'erano tutti.
Si può immaginare dal quadro il bel divertimento di Lalla!… Essa sentiva come un sollievo, come un'eco della vita elegante di Pegli e di Roma, abbandonandosi alla passioncella pel Vharè; e mentre aspettava ansiosamente il suo arrivo, aveva intanto scritto lei alla Giulia, quantunque al Vharè avesse lasciato credere il contrario, perchè venisse subito a tenerle compagnia a Borghignano. Lalla capiva già che il marchese Giacomo sarebbe stato molto più forte a Borghignano di quanto non lo fosse stato a Roma, e perciò aveva chiesto il ritorno della Giulia, nella quale ella avrebbe avuto un pretesto sempre pronto da adoperare all'occorrenza, una salvaguardia, una inconscia e potente alleata.
Poi, anche in casa, la vita di Lalla sarebbe stata troppo monotona senza il soccorso del brio e delle effervescenze della Giulia. L'amore profondo di Giorgio, tenero, rispettoso, era sempre uguale, senza burrasche, senza le seduzioni dell'ignoto e dell'impreveduto. Prospero Anatolio, che colla Giulia faceva l'amabile e l'accompagnava in carrozza al passeggio, con Lalla diventava serio, tanto per far credere che, in politica, lui aveva più peso di suo marito, e le riferiva, parola per parola, le interminabili discussioni del Consiglio Comunale, e i discorsoni ch'egli preparava e teneva in serbo per l'apertura del Senato. Maria, malaticcia, melanconica, aveva sempre pronto qualche buon consiglio od una qualche opportuna rimostranza. Discorreva a lungo colla figlia de' suoi affetti, de' suoi doveri e del suo avvenire; ma quanto era spontanea l'effusione di Maria, altrettanto Lalla l'ascoltava sommessa in apparenza, con un raccoglimento forzato che, il più delle volte, nascondeva a stento uno sbadiglio: uno sbadiglio leggero, che poteva anche passare per un sorriso. Così per tutto questo, il Vharè tornava carissimo a Lalla che otteneva da quell'idillio coll'avvenente marchese distrazioni nuove e piacevoli, che alleggerivano la noia delle lunghe giornate. In un modo o nell'altro, riuscivano a vedersi ed a parlarsi frequentemente. Giacomo in casa non le poteva fare più di due visite alla settimana, e soltanto, ma ben di rado, quando il conte Della Valle andava in campagna, oppure era in seduta al Consiglio Provinciale, ne arrischiava una terza. Adesso era Giorgio che domandava alla moglie se aveva avuta la visita del Vharè, e quando gli aveva detto di sì, egli s'imbronciava, ma senza fiatare, ciò che faceva sorridere e divertiva Lalla moltissimo.
Invece il marchese Giacomo si faceva assiduo in casa d'Eleda, dove incontrava Lalla senza destar sospetti e dove, accattivatosi Prospero, lusingandolo nella sua vanità d'uomo di Stato, vi era ricevuto benissimo. Poi, Lalla e Giacomo combinavano d'accordo visite e ritrovi presso qualche comune conoscente, e non si peritavano nemmeno di commettere l'imprudenza, che più tardi dovettero pagare ben cara, di fissar convegni per istrada, e di fare insieme un breve tratto di via. Una volta Giacomo si arrischiò di proporre all'amica una rapida volata nel suo piccolo quartierino—sicuro per ogni verso;—ma Lalla rispose subito che—quella cosa lì, non l'avrebbe mai fatta.
Oltre agli incontri, ai ritrovi, agli appuntamenti, c'era anche l'aiuto del teatro, quand'era aperto, del caffè nelle sere di musica, delle riunioni private, dei concerti; e tutto questo complicatissimo orario veniva combinato, diretto ed anche modificato all'occorrenza, da uno scambio, da un andirivieni continuo di libri che servivano pel solito sistema di corrispondenza che Lalla aveva già usato, la prima volta, col Frascolini, e che adesso aveva insegnato lei, l'innocentina, a quel suo don Giovanni, tanto vecchio del mestiere.
Di mandar lettere non si fidava, e diceva al Vharè, sovente, tanto per scusarsi:—quando mi metto allo scrittoio e comincio a scriverti, mi sento presa da una soggezione strana che mi turba, mi confonde, mi fa perdere le idee e le parole. Tu hai tanto ingegno! Tu sai tante cose, ed io, invece, non sono altro che una povera… ignorantina!