Certi rispetti al passato, il—pudore delle memorie—essa non lo sentiva affatto. Un giorno, rovistando a caso in uno scrignotto, le era corso fra le mani l'anellino di Sandro, e Lalla, anche un po' per liberarsene lo affidò in deposito al Vharè, facendogli credere che lo aveva ricevuto in dono, per la sua prima comunione, dalla zia di Genova; la famosa marchesa vecchia e sorda.
L'ascetismo poetico, non solo durava vivo in quell'idillio sentimentale, ma cresceva sempre d'intensità. Adesso il Vharè era costretto a tenersi chiusa nel portafoglio una piccola medaglina benedetta; e tutte le volte che erano soli nel salotto, Lalla gli toglieva con una carezza il portafoglio di tasca, lo apriva, ne frugava i segreti, levava la medaglina, la baciava, e voleva, colle sue moine, che la baciasse anche lui, cosa che il Vharè non rifiutava di fare, dopo però di avere imposto a Lalla, ed ottenuto, qualche dolce compenso. Quindi, finite le divozioni, essa gli riponeva il portafoglio nella tasca dell'abito, e si fermava qualche momento colla mano sul petto di Giacomo, per sentirne i battiti del cuore. Un giorno ch'ella lesse in un libro di preghiere, tradotto dallo spagnuolo, un'Ave Maria in versi, inspirata e gentile, volle, ad ogni costo, che il Vharè l'imparasse a memoria: se lo fece inginocchiare dinanzi, sorridendo voluttuosa, le mani nei capelli di lui, che la teneva abbracciata per la vita e baciandogli la bocca, gli occhi, la fronte, gliela fece ripetere tante volte, finchè Giacomo la potè dire da solo.
Lalla s'era messa in mente d'essere come una specie di piccolo missionario, che sperava, riconducendo la pecorella smarrita al buon pastore, di scusare, e quasi di rendere meritorie le sue scappate. Si sa bene, se alle volte doveva pur sottomettersi e doveva cedere, concedendo qualche piccolo premio a quel peccatore così difficile da convertire, anche Domeneddio avrebbe dovuto chiudere un occhio e forse tutt'e due… per il trionfo della fede. Il fine giustifica i mezzi; tuttavia la duchessina non avrebbe sempre potuto cantar vittoria se anche la Provvidenza non l'avesse aiutata.
Erano diversi giorni che il Vharè si faceva vedere imbronciato.—Così non la può durare—borbottò con l'amica.—Sento, capisco, non mi volete bene.—Lalla protestava; si stringeva nelle spalle sospirando, gemendo, spremendo qualche lacrimetta dagli occhi bellissimi e… non si andava più in là.
Che fare?…
Il Vharè cominciava ad essere seccato, arrabbiato, nervoso:
—Era tempo di concludere, ormai, o di finirla.
Ma faceva i conti senza l'astuzia finissima di Lalla, ed insensibilmente le si era troppo legato per poterla lasciare.
Stavano così le cose, quando la Prefettessa di Borghignano, nell'occasione del proprio onomastico, offrì alle varie notabilità del Comune e della Provincia, una serata di gala.
A Borghignano, l'aristocrazia affettava di non intervenire ai ricevimenti pubblici del Prefetto, prima di tutto perchè il Prefetto rappresentava un Governo di sinistra, e i Lastafarda avevano riferito che anche a Milano la nobiltà, quella pura, non si lasciava vedere in simili riunioni, e poi perchè, naturalmente, vi era ammesso un po' di tutto. L'aristocrazia di Borghignano era un'aristocrazia spiantata, che teneva molto al sangue e ai titoli, anche per il resto che se n'era ito, e con una invidia assaettata, odiava i nuovi ricchi, i quali, se avevano lasciati i blasoni al loro posto, s'erano impadroniti delle ville più grasse e dei palazzi più splendidi. Così