. . . . la rancida Muffa Patricia
credeva di vendicarsi contro le sopraffazioni del denaro, sfoggiando un'alterigia altrettanto impertinente quanto ridicola. Dal Prefetto dunque i corpi santi, come si chiamavano le matrone meglio inquartate, non comparivano affatto; soltanto i loro mariti, per convenienza e per curiosità, vi facevano una fugace apparizione, tenendosi appartati e cuciti sempre insieme, alle falde, gli uni cogli altri, temendo quasi di perdersi in quel bailamme, silenziosi, duri, impettiti, come i congiurati nel Ballo in maschera. Lalla, figlia del senatore e moglie del deputato di Borghignano, non poteva rifiutare l'invito, e poi aveva troppo ingegno e troppo spirito per patire simili bizze; tuttavia non volendo correre il rischio di restar sola, condusse la Giulia con sè.
Questa paura era esagerata: per amore o per forza sarebbe intervenuta alla festa anche la moglie del generale Calandrà, una baronessa polacca, papista sfegatata e arciduchina in fondo all'anima; secca di corpo grulla di spirito e attempatuccia; rigonfia, a chiacchiere, di principî e di morale; in pratica, spavento e arpia dei giovani ufficiali d'ordinanza di suo marito, che li voleva scegliere sempre lei, che li voleva sempre scapoli, assoggettandoli a servizi straordinari, non contemplati dai regolamenti. Poi non avrebbe nemmeno potuto mancare ad una festa data dal Prefetto la moglie del Presidente del Tribunale, una piemontesona coll'erre, che nasceva dai Bertù di Saint-Florin de la Baltea, sciocca, linfatica, schifiltosa e pettegola, che girava attorno con un'aria balorda, che parea dire a quel volgo in guanti bianchi:—tireve-'n là, i veui pa spörcheme.—Maria no: Maria non si lasciò vedere nonostante le sollecitazioni di Prospero, il quale voleva diventar popolare per le solite elezioni del quinto dei consiglieri comunali. La duchessa d'Eleda non aveva lena di muoversi, di affaticarsi. Tutte le sere le veniva la febbre, e perciò era sempre più debole e più sofferente.
—Sarò stasera al ballo del Prefetto,—diceva Le journal d'une femme, del Feuillet, mandato da Lalla a Giacomo.—Non so se vi potrò venire,—rispose la Conquête de Plassans, rimandata dal marchese alla duchessina. Il Vharè, certo, non voleva mancare alla festa, ma rispose così per mostrarsi in collera.
L'appartamento del Prefetto, illuminato a spese della Provincia, lasciava molto a desiderare in fatto di buon gusto: le sale parevano quelle di un albergo, riempite, per l'occasione, col mobilio di tutta la casa. Le stoffe dei canapè e delle seggiole erano differenti di tessuto e di colore, forse in omaggio ai vari partiti politici che vi erano ospitati. Povero l'apparecchio, i servitori portavano i baffi e si vedevano rinfagottati nelle livree stinte coi bottoni lustri. Anche le signore, meno poche eccezioni, erano di una bellezza e di una eleganza da far innamorare un pittore di pappagalli. Alcune, fra le altre, mogli rispettabili di qualche consigliere comunale o provinciale, o di qualche regio impiegato, s'erano messe intorno, per fare del lusso, tutto il guardaroba, e il tesoro di famiglia, dalle buccole di corallo al bel medaglione di lava del Vesuvio. Andavano guernite con nastri a mille colori, che sulle tuniche chiare, di seta greggia, o di grenadine celeste, stonavano maledettamente, come il pianoforte della sala da ballo, anche quello di proprietà della Provincia. Di tanto in tanto si vedevano dondolare braccia nude, secche e nere, che ricordavano le lingue affumicate; ma la maggioranza era rappresentata dalle donne grasse, rigonfie, colle spalle nude picchiettate da rosse bollicine che la cipria non riusciva a nascondere, e con quel tutt'insieme di poco pulito, esalante un odore di sudaticcio, che si potrebbe dire il profumo della fedeltà coniugale, perchè, si sa, la donna, in generale, non si trascura… se ha degli amanti.
Lalla, la Giulia, la Bertù e la generalessa, corteggiate da Gianni Rebaldi, da qualche ufficiale di cavalleria e da due o tre piccoli segretari di Prefettura, formavano un circolo a parte.
Lalla, nascondendo le risatine, dietro il ventaglio, si divertiva a mettere la gente in caricatura, e la Bertù arricciava all'aria il naso aquilino, sempre malcontenta di tutto e di tutti e toglieva addirittura il respiro colle sue interrogazioni inconcludenti e scipite. Parlava senza mai una battuta di pausa, come il tè-tè-tè-tè monotono e stonato di una trombetta di legno. E voleva sapere se quella signora vestita di verde era ricca, se quell'altra coll'abito giallo aveva figliuoli, se questa in lilla andava d'accordo con suo marito; domandava il nome e l'indirizzo e i prezzi delle sarte, delle modiste, e discuteva sulle vesti, sulle acconciature e sui buoni costumi, con un calore, che avrebbe fatto ridere, se però avesse seccato meno. La sua vittima principale era la Giulia, che le rispondeva distratta, essendo occupatissima nel tener vive, ad un tempo, le speranze di quattro innamorati.
Il conte Della Valle discorreva di politica col Prefetto e d'amministrazione col Presidente dei Luoghi Pii, mentre Prospero Anatolio dava il braccio, accompagnandola in giro per le sale, alla moglie di un celebre avvocato ultra democratico ch'era il leader dell'opposizione municipale. E quando il duca passava con quel carico vicino a Lalla e alla Giulia, evitava di guardarle.
Oh! parlava spedito, quella sera, Prospero Anatolio: l'avvocatessa non poteva esercitare su di lui i fascini occulti che gli legavano la lingua! Era un donnone colossale, colle spalle e colle braccia rosse e rigonfie. In capo aveva un'acconciatura di penne bianche e di fiori finti, con le fogliuzze d'oro; vestiva un abito di seta chiara, a strie verdognole, guernito con bottoni d'acciaio brillantato. Al collo portava una collana di perle false, nelle orecchie smeraldi di Murano, in mezzo al petto, enorme e sformato, uno spillone di filagrana, con una miniatura rappresentante la Piazzetta di S. Marco e la laguna. Aveva la bocca grande, il labbro superiore ornato da due baffetti da matricolino, i denti guasti e il naso a ballotta. Per farsi bionda, essendo rossa di capelli, s'era coperta di cipria e ne aveva sul collo, nelle orecchie, sulle braccia, tanto da infarinare la giubba di Prospero Anatolio, che non poteva a meno di sentire una certa ripugnanza scorgendo un cordoncino annerito dal sudore e dall'uso, il cordoncino del corsè, che usciva fuori, di dietro, sulle spalle, fra il candido fisciù dell'ampia scollatura, rivelatore indiscreto di certi misteri che non destavano curiosità. Portava i guanti bianchi, ad un bottone solo; le braccia erano coperte da braccialetti d'oro, di tartaruga, di corallo e di venturina. Camminando, la fiera avvocatessa, faceva il passo dell'angelo, sventolandosi con un ventaglio di struzzo, che perdeva le piume, appeso ad una catenella di nickel legata attorno alla vita, e dimenandosi tronfia, per essere al fianco del duca d'Eleda, pur non ascoltando altro che distrattamente tutto ciò che Prospero Anatolio le diceva d'amabile, occupatissima com'era ad osservare se quelle altre la vedevano così accoppiata, e se la vedevano tutte, e se, finalmente, crepavano di rabbia!…
Tuttavia, la signora aveva una punta di amarezza, in mezzo alla sua piena felicità: sapeva di non dover quel trionfo ai propri meriti personali, ma invece… a suo marito!… Era costui un omiciattolo scarno, gobbo e irrequieto, insaccato nella giubba logora e con un dito sempre nel naso, forse per impedire alle idee di scappar fuori da quella parte. Permaloso e aggressivo nella vita pubblica, era docile assai con la moglie, la quale, per vanità, volendo sfoggiare in pubblico il suo predominio su quel piccolo Robespierrino, si godeva a mortificarlo con spostature e rispostacce che impacciavano abbastanza il duca d'Eleda, non abituato a quelle beghe, ma che poi anche lo vendicavano di quello sgorbio addottrinato, del quale aveva dovuto inghiottire più di una volta, nelle sedute del Consiglio Comunale, le demagogiche requisitorie.