Il marchese di Vharè entrò l'ultimo: la festa era già cominciata da un pezzo. Con un'aria di noia e di sonnolenza altrettanto di buon genere, quanto era poco lusinghiera per la riunione, egli si guardò attorno stringendo le palpebre in cerca della padrona di casa, e quando l'ebbe veduta in un angolo, in fondo della sala, si avviò diritto verso di lei e le strinse la mano con dimestichezza, sorridendo appena, a fior di labbra, in un modo che voleva dire:—Capisco che vi dovete seccare assai e vi compiango sinceramente.—Poi passò vicino al Prefetto e gli fece un saluto distratto, con un cenno del capo, come se già lo avesse veduto poco prima; quindi si fermò un momento, cercando intorno cogli occhi e, alla fine, quando ebbe scoperto le quattro signore appartate, mosse adagio verso il gruppo, stringendosi coi gomiti per non urtare la folla e strisciando leggero co' piedi, per evitare gli strascichi. Giunto dinanzi all'eletto circolo s'inchinò tre volte, in tre tempi e, sempre senza dire una parola, senza curarsi particolarmente di Lalla, si adagiò, stirandosi, sopra uno sgabello vicino alla Giulia, le tolse il ventaglio e cominciò a farsi vento, scompigliando l'esercito timido dei piccoli adoratori e facendo subito allontanare Gianni Rebaldi, che passò vicino alla Bertù.
La Saint-Florin de la Baltea si scagliò su Rebaldi. té-té-té-té, per conoscere gli anni, le rendite e il casato del marchese Giacomo.
Gianni Rebaldi che lo odiava per invidia, quantunque ci mettesse molta buona volontà, non riuscì a calunniarlo altro che a proposito degli anni; ma il naso della Bertù ch'era rimasto indifferente all'enumerazione dei debiti del Vharè fatta con l'accanimento di chi non paga i propri, si arricciò quando sentì dire che quel marchesato non era autentico e si contorse scandalizzata al racconto delle audacie galanti del marchese, perchè la signora Bertù di Saint-Florin de la Baltea era assai schifiltosa in fatto di morale.
La contessina Giulia era bellissima quella sera, e il Vharè si godeva a farla ridere, per vedere i dentini bianchi apparire fra le labbra umide e rosse. Lalla, un po' mortificata, osava appena di rivolgere, colla sua voce più morbida, qualche paroletta a Giacomo, che le rispondeva distratto, mostrandosi solo occupato della sua bella vicina. Intanto colla Prefettessa, che passava e ripassava strizzando l'occhio, facendo frequenti e rapide corse in quella piccola riunione, prendendo viva parte ad ogni discorso che vi si faceva, mostrando chiaro come col cuore fosse tutta lì in mezzo, quantunque i pesi della rappresentanza la obbligassero altrove, si stava combinando un carrè, per i primi lancieri; un carrè a parte, fra loro sole, composto dalla Bertù, dalla Calandrà, dalla Giulia e da Lalla. A poco a poco anche il Prefetto, il Generale, il conte Della Valle e Prospero Anatolio, che con bella maniera aveva deposto il carico avariato, si accostarono al circolo, e allora, trovandosi tutt'insieme, come in famiglia, respirarono più liberamente, cominciarono a ridere ed a scherzare.
Giulia si alzò la prima, perchè si sentiva sete; il Vharè le offrì il braccio e la condusse al buffet. Là s'intrattennero più del necessario, discorrendo fra di loro soli, pianino; Giulia, coll'intenzione di far risolvere, mediante lo stimolo della gelosia, l'uno o l'altro dei suoi timidi pretendenti; Giacomo, recitando apposta quella commediola perchè la Della Valle ne dovesse soffrire, e siccome egli sapeva bene la sua parte, il gioco gli riusciva pienamente. Infatti furono presto raggiunti dalla duchessina e da Prospero Anatolio che, anche lui senza parere, non perdeva mai di vista la Giulia, come fa un vecchio avaro col suo tesoro. Lalla era nervosa e non si sentiva più tanto sicura, tanto padrona di sè. L'ultima volta che s'era trovata col Vharè c'era stato un po' di burrasca: Giorgio, proprio all'indomani della festa del Prefetto, doveva andare in campagna, e il Vharè, avendolo saputo, voleva un appuntamento; ma Lalla era stata risoluta a non volerlo concedere, e da ciò la collera e i dispetti…
Dall'altra sala, frattanto, giungeva allegra la musica del valzer e il frastuono vivace, animato delle varie voci confuse col fruscìo delle vesti. Giacomo fece un cenno alla contessina Giulia, inchinandosi sorridendo: la fanciulla rispose accettando l'invito, gli si appoggiò mollemente con una mano sulla spalla, e tutti e due, stretti insieme, sparirono, travolti come da un'onda, in quel turbine di colori e di luce, per ritornare poco dopo, Giulia al braccio del Vharè, col volto acceso, il seno palpitante, spirando dal languido atteggiamento di tutta la persona l'ebbrezza goduta in quella volata rapida e voluttuosa.
Il duca Prospero non volle più saperne di simili corteggiamenti: appena la vide, le mosse incontro, la prese lui con bel garbo sotto il braccio e la ricondusse a sedere accanto alla Bertù. Lalla e il Vharè rimasero così faccia a faccia, e come fossero soli, perchè in mezzo a gente che non conoscevano e che non dava loro nessuna noia: tuttavia un po' impacciati, per trovarsi giunti al momento desiderato e aspettato con tanta ansietà.
—Cattivo!…—balbettò Lalla con un filo di voce. Giacomo la guardò fissamente, senza parlare.
La musica del valzer era finita, e adesso l'instancabile maestro cominciava sul pianoforte i primi accordi che preludiano i lancieri, mentre le coppie si univano, si avviavano chiacchierando al loro posto.
—Li ha già impegnati questi lanciers, signora contessa?—domandò
Giacomo finalmente, con un leggero tremito nella voce.