Lalla alzò i grandi occhi sopra di lui con due lacrimone belle che li rendevano ancor più dolci e insinuanti.

—Sì… con te!

Giacomo le offrì il braccio, e lei, nel passar di sotto colla mano, trovò il destro di pungerlo forte, fin nelle carni, colle sue unghiette di madreperla, così bene affilate. Il Vharè impallidì, poi sorrise, premendo col suo braccio il braccio nudo della duchessina.

La pace era fatta.

Le coppie della Calandrà, della Bertù, della Giulia si erano già messe di fronte: Lalla col suo bel cavaliere venne a compire il carrè, ma quel carrè non fu certo un modello di ordine, nè di compostezza: Gianni Rebaldi, che non ballava, si divertiva a fare lo spiritoso, a cacciarsi in mezzo alle coppie, così grosso e bracalone, durante i traversez e i retraversez, a imbrogliare un demi-ronde o un tour de mains, a dare indicazioni sbagliate colla voce fessa e uggiosa, ridendo sgangheratamente quando riusciva a confondere tutta la figura.

Le signore, tranne la Bertù che girava attorno severa, composta, colla maestà ch'era fusa nel sangue dei Saint-Florin, secondavano il chiasso animatamente, dando la beffa a Gianni Rebaldi e percuotendolo leggermente coi ventagli e chiamando la Prefettessa perchè gli comandasse di smettere, di stare zitto, di andar via; e tutto ciò accresceva il disordine, la confusione, il brio schietto e disinvolto che tutti gli altri carrés, i quali compivano il dos-à-dos, la visite, la promenade e la reverence, taciti, composti, senza mai confondersi nelle figure, osservavano, invidiavano e disapprovavano scandalizzati.

Lalla aveva perduta ogni prudenza: parlava troppo, e sempre a bassa voce, col Vharè. Negli intervalli gli si appoggiava al braccio con languido abbandono e, quasi sempre, distratti tutti e due, erano chiamati all'ordine dalle altre coppie. Quando, per le combinazioni delle varie figure, Lalla doveva dare il braccio ad un altro cavaliere, continuava a fare segni e a rivolgere a Giacomo occhiatine e parolette che sottintendevano discorsi interi, mentre Giorgio, che non la perdeva di vista, si faceva, a mano a mano, più serio e imbronciato.

Il frastuono, la vivacità, il calore crescevano sempre: Gianni Rebaldi era riuscito nel più bello d'un chassez croisez ad allontanare dalla sua dama un ballerino poco esperto e a mettersi lui al suo posto. Lalla, che di solito nel tour de mains e nella chaîne offriva due dita sole al cavalieri, adesso invece, quando incontrava la mano del Vharè la stringeva fortemente, segandola colle unghiette che si sentivano bene anche sotto i guanti. La confusione raggiunse il colmo alla chaîne finale. Chi passava da una parte e chi dall'altra, incrociandosi rapidamente, vorticosamente, ridendo e vociando, sfogandosi in un'allegria obliosa, espansiva, correndo e saltellando, fermandosi ad ogni tratto per salutarsi, per inchinarsi e poi per ritornare a correre e a girare attorno, storditi e anelanti. Era una vertigine di colori, di spalle nude, di capelli biondi e neri, di faccie pallide, di occhi scintillanti; un disordine ed un eccitamento nuovo dei sensi istigati e irritati dal continuo stringersi delle mani, dal premere delle braccia, dallo strisciar dei fianchi e delle vesti, mentre le orecchie rimanevano intronate da quella musica del cembalo chiara, pettegola, che ripeteva insistente il monotono ritornello dei lancieri, affrettandolo nelle ultime battute con una vibrazione più calda e più animata.

La Bertù era già uscita dal carrè prima che il ballo finisse; Gianni Rebaldi, rosso invasato, il colletto della camicia molle di sudore, dondolante, sventolandosi col fazzoletto, facendosi becero per la smania di sembrar disinvolto, finì collo sdraiarsi, sghignazzando, sopra una lunga poltrona vicino al buffet, dove ingoiò mezzo pasticcio con una bottiglia di Marsala.

Lalla, accesa in volto, il respiro ansante e gli occhi che le sfavillavano, come se quei tepidi lancieri avessero sollevate per lei le complici ebbrezze del valzer, si appoggiava colla piccola personcina, tutta rorida e fremente, al braccio di Giacomo, che doveva ricondurla nel solito cantuccio dell'altra sala, fra la contessina Giulia, la Generalessa e la Bertù.