—Dunque?… Domani?… le chiese il Vharè, sottovoce.

Lalla lo guardò appena, timida, amorosa, poi palpitando più forte e premendogli il braccio con le dita della mano, ch'ella vi aveva appoggiata, chinò il capo senza rispondere.

—Alle due?—insistè l'altro.

La duchessina non lo guardò, ma rispose un lento, quasi inintelligibile, che corse con un brivido per le vene di Giacomo.

Quando il Vharè l'ebbe accompagnata al suo posto, s'inchinò salutandola; girellò qua e là per la sala, discorrendo coll'uno o coll'altro del più e del meno, ma presto sparì dalla festa. Il suo scopo, ormai, era stato raggiunto.

—Avevi da parlare di cose molto importanti, col signor Vharè?—domandò Giorgio alla moglie, mentre si spogliavano per andare a letto.

—M'è venuta una buona idea; voglio persuaderlo a sposare Giulia.

—È un'idea pazza!… Uno spiantato pieno di debiti e di vizi!… Non incaricartene affatto, e ricordati: meno colui ti verrà fra i piedi, più ne sarò contento.

Quel tono aspro e freddo, quella severità del marito, mentre Lalla era così piena di dolci ricordi della serata, la irritò, le sembrò cosa cattiva, ingiusta, e Giacomo le diventò, per il contrasto, ancor più piacente e più caro. Essa rispose a Giorgio con altrettanta durezza ed ironia:

—Senti, caro: io non posso, nè voglio fare degli sgarbi a chi è sempre stato amico della mia famiglia, a chi è sempre stato molto gentile con me, senza mai mancarmi nè di riguardo nè di rispetto. Se tu vuoi metterlo alla porta, buon padrone; ma tocca a te: sei tu… l'uomo forte.