Il Vharè sperava di passar via senz'esser veduto, ma la scampanellata aveva messo il Toscolano sull'avviso.
—Oh! caro, carissimo il nostro bel marchese!
—Grazie, altrettanto!—e il Vharè sperava di poter tirar dritto.
—Vai su, da Lalla?
—Appunto, salgo un momento dalla contessa.
—Aspetta; vengo anch'io.
Giacomo, in cuor suo, mandò quell'altro in tanta malora, pure dovette contenersi, ed aspettare l'amico, ammirando insieme il bel puledro. Il Toscolano disse qualche parola, in aria di mistero, al cavallerizzo, poi, dopo di aver regalato allo scozzone, mettendoglielo in bocca, il sigaro di virginia ch'egli stesso fumava, prese Giacomo a braccetto, sbattendo e strisciando i piedi per nettare le suole dalla ghiaia.
—Ma tu, scusa,—gli domandò il Vharè infastidito,—ti presenti alle signore… in questa toilette?…
—Sicuro!… O bene che mi prendano così o che non mi prendano!—Bella bestia, non è vero? Se non accade qualche disgrazia, quello si farà un cavallo famoso, e bisognerà che tu corra il ben di Dio, cane d'un marchese, prima di trovarne un altro eguale!… Sai chi mi ricorda quel puledro? Un morello che aveva tuo padre: lo comperò, ci sono entrato anch'io nell'affare, lo comperò da un aiutante di Radetzky, e lo ha poi venduto, con cinquecento svanziche di regalo sul prezzo di costo, allo zio dei Lastafarda, il signor Nicola,—sai!—quello che stava a Sant'Antonio e che mangiava i gatti in salsa, per far economia.
Discorrendo, avevano fatto la scalone. L'anticamera era deserta; altro indizio, codesto, che fece rimaledire a Giacomo l'incontro di Toscolano. Attraversarono l'appartamento e furono incontrati da Lalla che usciva dal salottino. Essa si mostrò meravigliata che non ci fosse nessuno in anticamera, e intanto, non poteva a meno di sorridere; indovinava, dalla faccia stralunata del Vharè, com'egli dovesse trovarsi male per quell'incontro così inopportuno.