—Per due o tre mesi: non si sa quando ritorneranno. Il Vharè guardò fisso il portinaio e gli sembrò di scorgere sotto una cera umile e rispettosa un sorrisetto maligno.

—Va bene.—Giacomo prese dal portafoglio un biglietto da visita, lo piegò ad uno degli angoli e se ne andò con aria indifferente, senza dir altro. Ma, invece, egli era assai turbato, assai inquieto e addolorato. La notizia di quella partenza lo aveva messo tutto sossopra. Era accaduto certo qualche cosa di grave; Lalla, chissà, non avea nemmeno avuto il tempo di avvertirlo!

—Povera Lalla!… Povera Lalla!

Pensò di seguirla, di correre da lei, nascondendosi in qualche casetta dei dintorni; ma era un agire da pazzo e non da uomo: l'avrebbe perduta interamente, senza scopo; e vi rinunciò. Egli era sicuro che appena Lalla potesse farlo, gli avrebbe subito scritto, informandolo di tutto. Ma, invece, passarono due, tre, quattro giorni… e nessuna lettera, nessun avviso… niente. Aspettò ancora, sempre colla speranza, colla febbre: aspettò un'altra settimana… niente, niente. Allora cominciò a calmarsi e a ragionare.

—Com'è possibile che in tanto tempo, non abbia mai trovato il modo di potermi scrivere, almeno una parola?… Un servitore, un contadino, una persona qualunque si trova facilmente, e nei casi disperati si manda al diavolo anche la prudenza!

Aspettò ancora un altro poco, finchè un giorno vide, sul Corso, Giorgio Della Valle, proprio lui,—quel cane!—che andava per le botteghe a fare acquisti.

Giacomo pensò subito di avvicinarlo e di fermarlo: così almeno sarebbe uscito dall'incertezza.

Giorgio era un carattere troppo franco e sincero, per saper fingere, per saper simulare.

Il Vharè attraversò la strada col cuore sospeso, ma con piglio risoluto.

—Buon giorno, conte!