—Quale?… Quale?…—La voce di Maria si era fatta tenue come un sospiro, come un gemito.

—Quando ritorneremo da Roma, vi troverò buona, come siete buona… adesso?

—Sì; fate felice mia figlia, amatela sempre sempre, e sarò buona, ve lo prometto.

—Grazie, mamma, grazie!… Oh se sapeste quanto vi voglio bene!—E Giorgio, così dicendo,—erano soli nella stradetta,—l'abbracciò con improvvisa tenerezza e le baciò i capelli e la fronte. Maria gettò un grido; Lalla e miss Dill si fermarono voltandosi; ma Lalla indovinò tutto e correndo presso la mamma e abbracciandola, come aveva fatto suo marito, finse amabilmente d'esserne un po' gelosa.

—Sì, sì,—esclamò Giorgio,—l'amo più di te! assai più di te!—E presale una mano, si tirò Lalla sul cuore, e la baciò, la strinse con tanta passione, da rendere ancor più evidente il giuoco di quelle parole.

Miss Dill, commossa e muta dinanzi a quella scena si tolse il pince-nez, e colla punta del dito mignolo si asciugò lentamente due lacrime: una per occhio.

XXVI.

La contessa Della Valle, ritornata a Roma, si trovò con pochissimi adoratori. Oramai non era più una novità e poi correva la voce che a lei piaceva scherzare, ma che, allo stringer dei conti, lasciava tutti con un palmo di naso, e citavano l'esempio del Vharè.

—È innamorata di suo marito,—dicevano, e questa calunnia, inventata ad arte dalle donne, e messa in giro dagli uomini, toglieva ogni attrattiva alla povera contessa. Il corteggiarla non era di moda; anzi voleva dire… fare la figura del novizio. A teatro, visite corte, per paura del pozzo; in casa, qualche onorevole, amico del marito, e nessun altro. Alle feste da ballo i giovanotti eleganti le parlavano appena, tanto erano affaccendati. Non già che la trascurassero per farle dispetto, ma, in fine, non avevano tempo da perdere e consumavano le loro fiamme per altre divinità che si sapeva—si sperava—non facessero languire i supplicanti. La duchessina, era innamorata di suo marito; dunque, era anche troppo se con lei sacrificavano, per turno, qualche quadriglia o qualche giro del cotillon. Lalla si mostrava amabile, lusinghiera, più carina che mai; cercava, tentava tutte le sue risorse; ma non riusciva a ritornare in auge.—Innamorata di suo marito?—Non c'è niente da fare.—E non se ne curavano più.

Lalla ci soffriva assai; e quando tornava a casa stanca e seccata, pensando alle emozioni e ai trionfi dell'anno prima, le veniva da piangere. In quelle notti sognava spesso il bel marchese Vharè, quando la stringeva fra le braccia e vagavano voluttuosamente, trascinati e travolti dall'onda calda del valzer, mentre tutto il bel mondo le si affollava d'intorno, pieno di ammirazione e di entusiasmo. Allora sì… allora sì, era felice!… Ma allora la gente non era tanto stupida; allora non la credevano innamorata di suo marito. Chi mai aveva inventata quella sciocchezza?… E così, in cuor suo, la duchessina sperava sempre che il bel marchese non l'avesse dimenticata interamente; sperava sempre di vederlo tornare da un momento all'altro; ma ben presto dovette perdere anche la speranza. Il Vharè era a Nizza a passare l'inverno e a giocare; in quei giorni egli aveva avuto un duello molto grave, finito colla peggio del suo avversario, e, in proposito, si faceva il nome di una notissima signora milanese.