Quando fu raccontato questo fatto alla contessa Della Valle, Giorgio era con lei, e quando rimasero soli, Lalla non potè a meno di esclamare, con un misto di amarezza e d'ironia:—Adesso non avrai più paura che il Vharè mi faccia la corte!
Era proprio gelosa di quella nuova avventura.
—Come il—perfido—l'aveva subito dimenticata!… Almeno lo avesse fatto per vendicarsi di lei!…—E di tutto ciò, chi più ne portava la pena era, naturalmente, il marito. Ne portava la pena senza averne alcun vantaggio; diventando sempre più innamorato, e quanto più Lalla era nervosa, tanto più, per amore e per timore, egli ne subiva l'influenza, in casa, fuori di casa, e persino alla Camera, dove il suo colore politico sbiadiva a vista d'occhio, mentre invece il duca Prospero avanzava ogni giorno, giovanilmente, verso le idee liberali.
Lalla, era spesso triste e si sentiva come sfiduciata. Anche a Nervi, dove si recavano l'estate coi d'Eleda. perchè i medici avevano prescritto a Maria l'aria del mare, il suo umore era inquieto e lunatico; e fu ancora peggio quando, alla fine, ritornarono a Borghignano.
Borghignano, in quei giorni, era commossa da un grande avvenimento: la Presidenza del teatro dell'Opera aveva scritturata, per la prossima stagione di carnevale, nientemente che la diva Soleil per cantare nella Forza del destino e nell'Aida. Non si parlava d'altro; e tutti, pareva si fossero data la parola per riferire e ripetere alla Della Valle, magnificandola, la straordinaria notizia. I Lastafarda, il Rebaldi, il Toscolano discutevano dinanzi a lei, se e quando la diva aveva fatto la pace col Vharè; ma poi, sopravveniva la Calandrà a tagliar corto; e marcando le parole, per ferire Lalla nel vivo, assicurava che il Vharè le aveva fatto capire che la Soleil, per il suo spirito bizzarro e originale, era l'unica donna che gli aveva fatto impressione e che non avrebbe potuto mai dimenticare. Anche la Bertù (quella stupida, quella mummia a freddo della Bertù!) diceva di aver veduta la Soleil a Torino al Circolo degli Artisti, e che aveva l'aria molto comme il faut; era un modo qualunque, ma buono, per far scontare a Lalla la sua freddezza di Santo Fiore e la sua accoglienza così poco gentile e poco incoraggiante.
Lalla, partì da Borghignano col cuore gonfio di dispetto e di amarezza. Sentiva gelosia contro il Vharè, trovava che con lei s'era condotto assai male, le pareva di essere stata ingannata e tradita; insomma era molto infelice, e prometteva a sè stessa che, per vendicarsi, non l'avrebbe riveduto mai più. Invece, lo rivide presto, prestissimo; lo rivide tal e quale, col suo volto pallido e beffardo e colla sua aria alla lord Byron. Questa volta, guardando il Vharè, la duchessina sentì battersi il cuore con violenza, e per amore e per puntiglio, per far dispetto alla Calandrà, alla Bertù e a tutti i pettegoli di Borghignano che l'avevano angustiata, per punire gli imbecilli di Roma che l'avevano trascurata, e finalmente per il suo trionfo di donna, lo volle suo; volle rapirlo alla Soleil, volle rapirlo alla bella signora di Milano!
La contessa Della Valle era andata in quell'autunno a Torino col babbo e col marito, per assistere alle feste della Mostra Nazionale di Belle Arti.
Giorgio faceva parte della rappresentanza della Camera. Prospero diceva, ma non era vero, che gli seccava moltissimo quel viaggio—gli seccava per dover abbandonare sua moglie sempre malaticcia; ma come si fa?… Doveva alla sua volta rappresentare il Senato,—In verità, quando non c'era la Giulia, tutti i pretesti gli facevano comodo per andarsene a spasso e piantar la moglie, che, davvero, non era una compagnia molto allegra.
Erano arrivati a Torino di sera e avevano preso alloggia all'Hôtel d'Europa, e subito erano scesi, tutti insieme, nella sala da pranzo.
La sala a specchi, ad arazzi e a fregi dorati era illuminata con tre grandi lumiere cariche di globetti, di gocciole, di pestellini di cristallo sfaccettati. A quell'ora, tutte le tavole erano vuote, e solamente in fondo c'era ancora una comitiva di giovanotti eleganti e di ufficiali che si divertivano al giochetto della mela: un giochetto che consiste nel far girare attorno una mela infilata in un forchettone; ognuno dei commensali per turno, con un coltello deve tagliarne una fetta d'un colpo; chi fa cadere l'ultimo pezzetto ha perduto e paga lo sciampagna. Quando la Della Valle col duca Prospero entrarono nella sala, il giuoco era finito allor allora e lo sciampagna era stato perduto da un ufficiale, fra le grida e gli evviva dei vincitori: ma per altro appena comparsa una bella signora, tutta quella gente si calmò ad un tratto per guardarla.