—È molto carina! È molto elegante!… Chi è?
Lalla, seria seria, non voltò mai gli occhi verso quei signori, ma valendosi del giuoco degli specchi, aveva subito notato di aver fatto colpo; poi, improvvisamente, un colpo lo sentì lei al cuore: là, fra quella gente, c'era lui… il Vharè… Giacomo!…
Lalla, non arrossì, non si confuse. Fu Giorgio, il primo, a riconoscere il Vharè e ad indicarlo agli altri, dopo aver salutato con un cenno cortese del capo, perchè, adesso, gli spiaceva di essere stato ingiustamente freddo con lui e quasi sgarbato.
Il Vharè si alzò, rispondendo al saluto di Giorgio, e si avvicinò alla tavola della contessa Della Valle: strinse la mano a tutti e a Lalla, naturalmente, prima di tutti, senza mostrare il minimo turbamento; e dopo aver complimentato il loro arrivo a Torino, cominciò a discorrere del Morelli, del Michetti e di Satanella, un dramma nuovissimo che si recitava al Gerbino con grande successo.
—Ci andremo domani?—chiese Lalla a Giorgio.
—Come vuoi.
—Temo, contessa, che non ci sarà posto: anch'io sono andato oggi per prendermi una poltroncina e non l'ho trovata.
—Se i signori desiderano delle fauteuilles per il Gerbino,—soggiunse inchinandosi un cameriere—al bureau dell'hôtel credo ve ne siano ancora; una famiglia che le voleva per domani, e che deve partire improvvisamente, le lasciò disponibili.
—Sappiatemi dire quante sono—ordinò Giorgio al cameriere. Questi uscì dalla sala e vi rientrò poco dopa con cinque poltroncine: dal numero 18 al 22.
—Ne prendete una anche voi, marchese?—domandò Prospero Anatolio, rivolgendosi a Giacomo. Giacomo, non rispose subito, ma volle prima aspettare che Giorgio gli ripetesse l'offerta: allora soltanto accettò, ringraziando con un piccolo inchino.