La contessa Lalla non aveva detto una parola: tuttavia, assistendo a quello scambio di complimenti fra suo marito e… quell'altro, non potè a meno di sorridere fra sè. La presenza del Vharè non le cagionava nessuna commozione: pareva che lo avesse veduto il dì innanzi, pareva che l'avvenente marchese non fosse mai stato altro per lei che un buon amico. Essa mangiava quietamente, silenziosamente ed anche con discreto appetito, godendosi a rosicchiare i grissini.
Giacomo scambiò ancora qualche parola, poi raggiunse gli amici, che si erano alzati, e uscì con loro.
—È un grande chiacchierone, ma ha un certo spirito!…—esclamò il duca Prospero, appena il Vharè fu scomparso.
Il Della Valle approvò sorridendo, e non disse un ette contro il Vharè. Non voleva lasciar credere a Lalla di essere ancora in sospetto, e perciò cercava tutte le occasioni per mostrare la sua piena fiducia.
Lalla continuava sempre a rosicchiare i grissini e non mostrava nessuna preoccupazione per quell'incontro inaspettato. Tutta la sera fu di buonissimo umore e affettuosissima col marito; ma senza premeditazione, così, perchè si sentiva contenta, perchè si sentiva allegra, perchè le piaceva di essere a Torino. Il Vharè portava sempre l'anellino che gli aveva regalato lei, quello del Frascolini,—la turchina colle rose d'Olanda,—e ciò l'aveva fatta sorridere di compiacenza; e di più, aveva notato che sotto ad una disinvoltura apparente, il Vharè era impacciato e confuso.
Il giorno dopo, Giacomo non si lasciò vedere nè all'Esposizione, nè sotto i portici di Po e nemmeno all'albergo, all'ora del pranzo. Prospero Anatolio era malcontento di questo fatto, perchè lo avrebbe veduto volentieri per raccontargli tutte le feste e le cortesie di cui gli erano stati prodighi i Torinesi. Quella sera, dopo teatro, dovevano andare, lui e Giorgio, e accompagnati dal Sindaco di Torino, al Club del whist, e più tardi dovevano incontrare i ministri Miceli e De-Sanctis, coi quali erano stati invitati a colazione dal duca d'Aosta. Giorgio avrebbe fatto senza volentieri di quell'invito; ma ne sorrideva con compiacenza; invece Prospero Anatolio confidava a tutti che quella colazione era per lui una gran seccatura, una gran noia, ma internamente ne era beato.
Il marchese di Vharè capitò in teatro quando il primo atto di Satanella era già verso la fine. Il Della Valle, salutandolo, passò nell'altra poltrona, rimasta vuota, e gli cedette il posto vicino a Lalla.
Lalla, quella sera, non solo era piacente, ma pareva bella; vestiva un abito di seta, d'un bianco a fondo giallo, coperto di trine e chiuso sotto al mento. Dalle maniche corte si vedeva uscire il braccio nudo quando guardava col cannocchiale, o quando si appoggiava mollemente col capo ad una mano. Aveva un cappellone bizzarro, guernito colla stoffa e le trine dell'abito, e di sotto alle tese larghe e lunghe il visino di Lalla, cogli occhioni grandi, appariva ancor più birichino e più carino. Con un cenno del capo sorrise appena al Vharè, poi ritornò attentissima al dramma, rimanendo immobile, ed esprimendo una commozione vivissima.
Il dramma, che in quel punto cominciava a diventare assai interessante, rappresentava una delle più ardite, delle più arrischiate variazioni sul tema eterno dell'amore.
Satanella non era una donna; era un caso patologico. Essa inebriava di sè tutti quanti l'avvicinavano; e quando aveva fatto serpeggiare nei sensi dell'uomo un fuoco divoratore, ritornava fredda e impassibile. Cleopatra uccideva lo schiavo al quale il suo capriccio avea voluto concedere una notte di amore. Satanella, dopo i suoi baci, rendeva pazzo l'amante con un riso schernitore. Ma il poeta aveva rivestito il suo mostro con versi splendidi e ispirati; la maravigliosa attrice, che ne interpretava il carattere, oltre di aggiungervi il fascino delle forme magnifiche, sapeva infondervi tanta vita, tanta verità, tanto calore, che il pubblico, sedotto, si appassionava, si entusiasmava, s'innamorava anche lui di Satanella, e l'applaudiva con frenesia.