Il pubblico è un gran fanciullo: a volte capriccioso, crudele, diffidente; a volte credulo, sublime, minchione; ma sempre fanciullo!…
Alla fine del primo atto, Satanella s'incontra in un altro caso patologico; un giovane biondo e forte, che riuniva la ferrea volontà d'un tedesco all'anima divampante di un italiano. Il seguito del dramma rappresentava appunto la lotta e la sconfitta di Satanella. Essa spensierata, credeva di poter ripetere lo stesso giuoco anche con lui; ma si accorge subito che ha da combattere con un avversario ben diverso dagli altri, e ne rimane impaurita e sedotta. La iena, che ha fiutato il pericolo, si leva, si scuote, gli gira d'attorno sospettosa, vorrebbe affascinarlo, vorrebbe sorprenderlo, poi, scorata, intimidita, riunisce ogni suo sforzo e con un anelito supremo tenta all'improvviso la fuga, ma invano!… Il nuovo amante l'afferra con una stretta poderosa, la scuote, la doma, la vince, e Satanella soccombe volente e innamorata. Allora l'urlo di quelle due passioni che s'incontrano, che si urtano, che si confondono, solleva in tutto il teatro un'eco potentissima, e Satanella palpitante, spettinata, scolorita è chiamata, invocata sei, sette, dieci volte alla ribalta da un pubblico inebriato, che non si sazia di rivederla, di salutarla, di festeggiarla, che l'applaude e che l'adora.
Lalla, pallidissima, aveva gli occhi molli di pianto, le labbra arse; era stanca, sbattuta dall'emozione. Quella donna così superbamente bella, quei versi di fuoco, tutti quegli applausi, quelle grida, quelle feste di una folla delirante; quell'aria greve, viziata della sala che le bruciava la faccia; quella luce, quei colori che l'abbarbagliavano, l'avevano confusa, sbalordita, trasportata. Non sapeva più dove fosse, non pensava più a nulla; questo solo sentiva, che il suo cuore batteva forte col cuore di Satanella.
Verso la fine del terzo atto, quando la bella eroina, stanca di lottare, si getta impazzita alla sua volta, e impazzita d'amore, fra le braccia dell'amante gridando—hai vinto!—con uno slancio, con una espressione così potente da sollevare nel pubblico un urrà d'applausi, il Vharè toccò, accarezzò col piede il piedino di Lalla: Lalla non ritirò il suo; ma rispose a quell'invito con un premito più forte, e mentre lunghi brividi di voluttà la facevano fremere, essa, dimentica di tutto e, più di tutto, della vereconda ritenutezza che le era abituale, languidamente fissava Giacomo col seno anelante e colla bocca socchiusa, dalla quale pareva pure fosse per prorompere l'hai vinto di Satanella.
Finito il dramma, Lalla rimaneva sempre muta e immobile. Fu Giorgio a chiamarla, a scuoterla dal suo rapimento.—Vuoi che andiamo, cara?—Allora ebbe un tremito: si alzò, senza rispondere; aiutata dal Vharè e da Giorgio, si accomodò intorno lo scialle; poi si mosse come trasognata, con Satanella dinanzi agli occhi, con la sua fosca passione nel cuore, e nella testa, ancora intontita, l'eco viva, assordante degli applausi.
Si avviarono tutti insieme, passo passo, verso i portici di Po, per ricondurre Lalla all'albergo; piovigginava e c'era un'aria fredda, frizzante. Giorgio discuteva di Satanella come opera d'arte, e gli pareva immorale. Prospero Anatolio, altro che immorale, la giudicava addirittura indecente! Il Vharè pensava a tutt'altro, e Lalla stretta nello scialle, e senza saperlo, pensava anche lei a ciò che pensava il Vharè.
—Non sono che le dieci e un quarto,—disse alla fine Prospero a
Giorgio, cambiando discorso,—dobbiamo andare al club?
—Come vuoi; ci fermeremo molto?…
—No, no. Un'oretta, non più. Sono troppo stanco.
—Vuoi fermarti al caffè? Vuoi prendere qualche cosa?—domandò Giorgio rivolgendosi alla moglie.