—Ho detto alla Nena che mi farò il thè. Se posso offrirgliene una tazza, marchese?… Le farà bene.—Lalla, sorridendo, si era rivolta al Vharè, con una finezza tutta sua. Giacomo, capì l'amabile malizia e rispose un—grazie—che non era nè un , nè un no.

—Quando ritorneremo dal club,—soggiunse Giorgio,—ne prenderemo una tazza anche noi; non è vero, Prospero?

—Oh, per me, ti ringrazio. Appena sono libero, scappo a letto!

Erano giunti sotto l'atrio dell'albergo. Il Duca strinse la mano alla figliuola e sollecitò Giorgio perchè si sbrigasse; ma Giorgio aveva ricevuto dal cameriere due o tre lettere e stava sfogliandole. Quando ebbe finito, Lalla e la Nena, la quale, avvisata del ritorno della padrona era scesa ad incontrarla, si avviavano su per lo scalone. Giacomo, intanto, era scomparso.

—Dov'è andato il Vharè?—domandò Giorgio, che voleva salutarlo.

—Non so,—rispose Lalla come distratta—non lo vedo.

—Andiamo, fai presto!—borbottò Prospero, impazientito.

—Mi aspetti alzata?—chiese ancora Giorgio a Lalla. Quella sera egli non sapeva staccarsene.

—Sì.

—Fra un'ora, sai; non di più. Addio cara.