—Desidera altro, signora contessa?
—No, va pure: quando tornerà il padrone ti chiamerò.
La Nena uscì.
Giacomo, immobile, diritto dinanzi al fuoco, appoggiato con un gomito al piano del caminetto, fissava Lalla senza parlare. La duchessina, così illuminata dal chiaror della vampa, aveva nell'insieme alcunchè di fantastico e di bizzarro. Lo scialle scuro, quasi nero, nel quale si teneva avvolta, contrastava coi colori chiari dell'abito, collo splendore delle braccia nude e coi vaghi riflessi dei capelli biondi, mentre il piedino, chiuso in una scarpetta a strie d'oro ricamate, sbucava fuori, colla punta sottile, come un serpentello curioso che, nascosto sotto le vesti, spiasse lo svolgersi di quel peccato.
Giacomo non voleva esser lui a rompere il silenzio e, sempre più oscurandosi in faccia, batteva il tacco sulla pedana con un tic, tic, tac, convulso e minaccioso. E neppur Lalla ci si arrischiava a esser lei, e però di tanto in tanto fissava Giacomo con un'occhiata ch'era un rimprovero, un lamento e una preghiera, poi riabbassava il capo come mortificata, sfilando, con un moto delle dita febbrili, le frange dello scialle.
Durò a lungo quella scena muta; ma, anche tacendo, avevano cominciato a spiegarsi, a intendersi, a concludere che si amavano ancora, finchè Giacomo, il quale adesso guardando Lalla, la bruciava più delle fiamme del caminetto, le si avvicinò all'improvviso, preso da una subita risoluzione, e—Sai—balbettò—sai di avermi fatto molto male?!—Lalla rialzò il capo un'altra volta e un'altra volta fissò Giacomo negli occhi; ma lo sguardo di lei non era più triste, non era più mesto; appariva inondato di dolcezza. Giacomo, chinandosi, teneva una mano stretta alla spalliera della poltrona. Lalla la vide e la baciò… la baciò, proprio, dove c'era l'anello colle rose d'Olanda… poi con un atto pieno di grazia infantile e di tenerezza, posò languidamente su quella mano la sua bella testina. Giacomo, pallido, tremante, s'inginocchiò per esserle più vicino, ma senza toglier la mano sulla quale ella aveva appoggiata la guancia, che scottava come avesse la febbre. Colle ginocchia, con mezza la persona, la duchessina toccava adesso il petto di Giacomo; ma non si ritrasse, non si mosse nemmeno; continuava a guardarlo, sorridendogli con passione infinita, e lui, inginocchiato fra le sue vesti, le raccontava con infinita passione, tutte le pene, le angoscie, lo strazio patito! Le disse di averla amata sempre, come un pazzo, come un delirante: le disse che invano aveva voluta odiarla; che invano avea tentato di dimenticarla, perchè la sentiva sempre nel cuore, nella mente, nel sangue, perchè la voleva. Lalla, continuava a tacere e a guardarlo, ma sotto la calda veemenza di quelle parole il suo volto ora sbianchiva affilandosi, ora arrossiva infocato; gli occhi umidi, profondi, lanciavano fiamme, e il petto le si sollevava anelante.
Giacomo la strinse più fortemente, e colla mano che avea libera, prese una mano di Lalla, poi il braccio, e accarezzandolo ne seguì le linee morbide, tondeggianti, penetrando nei caldi misteri della manica larga, guernita di trine. Egli pure anelava, smorto, tremante. La voce gli si rompeva rauca, ma parlava sempre. Non era più un rimprovero il suo, non era più un lamento; era una preghiera audace, insistente, che tentava Lalla, che la stordiva, avvolgendola in un assopimento, in un'inerzia voluttuosa. Ella si teneva stretta intorno lo scialle e si teneva ancora colla testa appoggiata sulla mano di Giacomo, ma i suoi occhi, a poco a poco, s'erano spenti, aveva la bocca socchiusa, le labbra umide, tremanti, come se nell'estasi sua volesse rispondere coi baci a quell'inno d'amore…
A Giacomo, frattanto, le parole uscivano sempre più rotte, confuse, poi tacque ad un tratto e baciò avidamente quella bocca umida, odorosa che lo tentava; baciò i capelli, gli occhi, di Lalla, la coprì tutta di baci. Lalla si scosse, abbrividì, spalancò gli occhi esterrefatta, ma poi, sciogliendosi dello scialle e sfavillando negl'improvvisi riflessi della sua veste gialla, cacciò le mani nei capelli di lui e balbettando—chiamami Satanella!—con voce rotta, soffocata—chiamami Satanella!… Satanella tua!—si abbandonò così, senza muoversi dalla poltrona, dimentica di tutto, senza lacrime, sorridendo, vinta dai sensi e dalle immagini che le tumultuavano nella mente.
A poco a poco, quando il calore del loro sangue si fu intiepidito, quando all'ebbrezza delirante seguì il dolcissimo e lento risveglio, Giacomo, accoccolato alle ginocchia della sua cara, cercava di riprenderle la mano, ch'ella adesso teneva nascosta sotto lo scialle, per tornare ad accarezzarla; ma Lalla si ritrasse come una sensitiva, e con un'occhiata ed un sorriso significantissimi indicò la porta del salottino. Giacomo sorrise della loro imprudenza e del pericolo che avevano corso; passò nell'anticamera a vedere se l'uscio era chiuso, poi, rientrando, si tirò dietro e serrò colla molla anche quello del salotto e ritornò a baciarla, ad accarezzarla.
—No, sai. Nino; ho paura, troppo paura…—gli rispose Lalla schermendosi.—Egli può venire, da un momento all'altro.