—E così?… Se vuoi, io te lo cedo! È una mia creatura, lo amo come un figliuolo, ma in questo caso so di affidarlo in buone mani. Sono vecchio, sono stanco, sono seccato di questa vita, di queste lotte quotidiane. Credilo, caro Frascolini, a lavare la testa all'asino ci si rimette il ranno ed il sapone e poi si corre anche il rischio di buscarsi dei calci per soprammercato.

Comperare l'Omnibus?… Essere lui, Sandro Frascolini, il padrone, il despota, quello che avrebbe dettata la legge a Borghignano?… Poter mandare all'aria, nello stesso tempo, il Duca d'Eleda costituzionale e il Della Valle progressista?… Ripresentarsi minaccioso, terribile, dinanzi alla signora Duchessina?—L'occhio di Sandrino,—peccato ne avesse uno solo,—scintillava fiammeggiando.

—Ma…—c'era un ma.—L'Omnibus non è un giornale del mio colore.

—E che importa?… Il colore d'un giornale è quello del suo direttore. Impara dall'America; perchè è dall'America che dobbiamo tutti imparare!

—Sicuro… sicuro. E quali sarebbero le tue pretese? Io non ne ho molti da spendere.

Allora intavolarono le prime proposte: un altro giorno si discusse più a fondo il negozio, e in una settimana e coll'intervento di un avvocato, scelto di comune accordo, fu combinato e accettato dalle due parti un contratto, in forza del quale, Alessandro Frascolini diventava il direttore-proprietario del giornale l'Omnibus, obbligandosi al pagamento di una certa somma, divisa in varie rate semestrali.

La notizia della vendita e della compera dell'Omnibus scoppiò come un fulmine a ciel sereno: i moderati, quei della Giunta specialmente, ne erano rimasti sbigottiti e andavano dicendo roba da chiodi dell'ex direttore del giornale, chiamandolo un Girella, un venduto, un farabutto. Però si vedeva che erano avviliti e che cercavano colle chiacchiere, colle scappellate, colle proteste di liberalismo e di vera democrazia, di crearsi degli aderenti e parare il colpo. I progressisti, invece, insuperbivano ed esaltavano il coraggio, il patriottismo, la lealtà e soprattutto il carattere antico dell'ex direttore dell'Omnibus e, per sottoscrizione, indissero un gran banchetto in suo onore. In quanto poi al Frascolini, il nuovo direttore, nessuno lo conosceva; ma per gli avversari, cioè per i moderati, era una canaglia, una specie di mezzo analfabeta, un fallito, un porco; per gli altri il vero tipo del giornalista americano, un carattere integerrimo, un grande amico di Cairoli e di Zanardelli.

Il Caffè di Borghignano era stato il centro di tutte queste commozioni; mattina e sera, non vi si parlava d'altro. Là si sparse, per la prima volta, la notizia della vendita dell'Omnibus e là arrivarono le prime informazioni intorno alla somma pattuita nel contratto, somma che subiva rialzi e ribassi favolosi; là si discutevano con pazienza e con amore i vari articoli del contratto. Il notaio che doveva redigerlo era uno della comitiva, e il giorno in cui fu messa la firma i progressisti e moderati del Caffè, tutti uniti e d'accordo, lo aspettarono curiosi, e appena capitò dentro gli furono addosso, se lo strapparono l'un l'altro di mano, soffocandolo sotto una grandine fitta fitta di domande, tante domande che non gli lasciavano nemmeno il tempo di rispondere, di capire, di tirare il fiato. Figurarsi poi come rimasero la prima mattina che il Frascolini, con un fascio di giornali sotto il braccio (la posta del mezzogiorno), entrò nel Caffè a far colazione: pareva che tutti quegli avvocati e tutti quei cavalieri avessero mutato mestiere e vocazione: stavano attenti e attoniti a guardarlo, a studiarlo, ad ammirarlo, senza fiatare.

Il Frascolini, intanto, duro duro, faceva colazione, sfogliava i giornali, con un gran sussiego, e strapazzava democraticamente il cameriere. Quando ebbe finito e se ne andò via, scoppiarono tutti insieme a gridare pro e contro il nuovo direttore; e si riscaldavano specialmente per quell'occhio che gli mancava.

Lo aveva perduto in battaglia—no—lo aveva perduto in un duello—no—era stato accecato da un questurino durante una dimostrazione;—ma nessuno sapeva o diceva la verità.