Intesi e d'accordo in massima, sulla politica interna ed esterna, si cominciò a discorrere diffusamente intorno al progetto sulla riforma delle gabelle ed alla cessione in appalto del Dazio consumo; l'argomento del giorno, come diceva il duca d'Eleda, o la questione vitale e palpitante, come la chiamava Sandro Frascolini.
Il duca Prospero, cominciò allora a spiegare, al direttore dell'Omnibus, tutti i vantaggi morali e materiali che dovevano venire da tali riforme alle esauste finanze del Comune; gli fece toccar con mano che l'opposizione era mossa da interessi privati, e riuscì facilmente a convincerlo che il partito, il colore politico, ci entrava come il cavolo a merenda.
Il Frascolini, dopo di aver conservato un silenzio severo, e dignitoso, verso la fine del discorso approvò le conclusioni del duca d'Eleda con un lento chinar del capo; ma fece aspettare un qualche minuto il proprio responso. Pareva incerto, dubbioso, stringeva le labbra, chiudeva gli occhi, come per raccogliere meglio i pensieri; ma poi, finalmente, stendendo la mano a Prospero Anatolio che lo guardava sospeso:—Ebbene, sarò franco,—gli disse;—le vostre spiegazioni mi hanno quasi… non dirò… Mi hanno scosso in molti punti.
—Ne ero certo,—esclamò il duca—ma è troppo giusto; voi, caro direttore, non dovete credere soltanto a me, non dovete prestare cieca fede alle mie parole.—no e poi no;—ci dovete veder dentro coi vostri occhi.—A questo punto il Frascolini, che degli occhi ne aveva uno solo, diventò rosso visibilmente, e l'altro si accorse d'averla detta grossa; ma tuttavia al duca d'Eleda non mancava lo spirito, e tirò innanzi diritto senza interrompersi e senza nemmeno tentare di correggersi. Pregò il caro direttore a voler ritornare la sera di quello stesso giorno, alle nove. Avrebbe trovato gli altri membri della Giunta e così, dedicando al loro nuovo progetto un maturo e coscienzioso esame, egli avrebbe veduto se non fosse stato il caso, invece di combatterlo, di appoggiarlo.—Borghignano,—concluse poi, accompagnando l'egregio amico verso l'uscio del salotto,—Borghignano attraversa un periodo molto grave. Se io fossi un egoista, dovrei desiderare una maggioranza sfavorevole. Sicuro! Ho bisogno di riposo; mia moglie sta sempre poco bene e poi… e poi sono trent'anni, capite, caro Frascolini, sono trent'anni che combatto e che sto sulla breccia!… Se ne discorreva appunto anche l'altro giorno a Torino, col duca d'Aosta. La lotta, la battaglia non mi ha mai fatto paura. Anche trent'anni fa, vedete, io ero ritenuto un clericale; e allora, anche più d'adesso,—e sapete perchè?—Perchè sono sempre stato l'uomo dell'ordine, della prudenza, perchè ho predicato sempre, nella Camera e fuori—piano piano, chi va piano va lontano! E, infatti, ditemelo una buona volta, francamente; se non c'era una maggioranza che votasse le guarentigie, credete voi che i Governi stranieri avrebbero accettato i fatti compiuti?…—No!…—Oh! bravo!… Che ci sia almeno un uomo del vostro valore che mi rende giustizia. Chi ama il proprio paese, deve sacrificarsi, sfidando l'impopolarità, ed io mi son sempre sacrificato;… Dunque, come vi dicevo… vi dicevo che… ah, ecco, per me, se questa volta il Consiglio mi dà, come si dice, il voto nella schiena, io lo ringrazio tanto e lo saluto. Mi ritiro, domando la giubilazione!… E non ci avrei altro che da guadagnare. Tuttavia (lasciamo da parte, adesso, la mia persona), ritenendo che in questo momento la caduta dell'Amministrazione potrebbe essere causa di gravi danni al nostro credito, così, per non avere rimorsi, cerco, tento di tenere in piedi la baracca. Se poi non riesco, sia detto in amicizia, fra di noi,—e il duca d'Eleda si guardò attorno, come per assicurarsi che nessun indiscreto fosse lì, ad ascoltare,—sia detto in amicizia, se non riesco, tanto meglio!
Dal salotto, sempre discorrendo, Prospero Anatolio accompagnò l'onorevole pubblicista nell'anticamera, uscì con lui fino sullo scalone, e lì con un—dunque, a questa sera—ultimo e definitivo, gli tornò a stringere tutte e due le mani con espansione vivissima.
Sandro uscì dal palazzo d'Eleda felice, raggiante. Era arrivato finalmente!… Venivano a patti con lui, tutti quei cani di signori!… E quando si trovò solo in ufficio, non si potè più trattenere e fece un salto dalla gioia, canterellando, colla sua bella voce da tenore, un'arietta del repertorio favorito.
E la contessa Lalla?… Oh la cara contessa sarebbe stata sua! Ne era tanto sicuro, che non la odiava più, tornava a volerle bene.
La sera andò alla riunione della Giunta. Fra quei parrucconi si tenne sulla sua, usando il noi con molta affettazione, parlando lungamente di Law e del libero scambio; ma, nello stesso tempo, lasciandosi menare bellamente per il naso.
Si combinò che l'Omnibus, riservandosi piena libertà d'azione per l'avvenire, in quel dibattito finanziario avrebbe appoggiata la Giunta. Il Frascolini ammise di non aver prima studiato a fondo il nuovo progetto, fidandosi di alcune notizie inesatte che gli erano state esposte; però, adesso, meglio informato, sentiva di doverlo difendere. Dichiarò di appartenere al grande partito democratico, ma di non essere al servizio di nessuno, e che non voleva imposizioni altro che dalla propria coscienza.
Il giorno dopo, fra la maraviglia e i più disparati commenti, uscì un articolo nell'Omnibus—Serio esame, ovverosia le nuove riforme—col quale il Frascolini trattava la questione dal punto di vista puramente economico. Era un passo indietro, fatto apposta per prendere lo slancio e saltare il fosso. Al primo articolo, infatti, tenne subito dietro il secondo:—La politica in Municipio—sostenendo l'Omnibus che il Consiglio comunale non doveva fare politica, ma soltanto una buona amministrazione; e poco dopo buttò via la maschera, schierandosi con tre colonne di Franche parole, ovvero gli interessi cittadini—fra i più caldi sostenitori del progetto presentato dalla Giunta. Allora fu la volta pei costituzionali di andare in giro pettoruti, ed erano invece i progressisti che scantonavano mogi mogi e costernati, dicendo corna dell'amico integerrimo di Cairoli e di Zanardelli.