Nulladimeno, a Natale, capitò al Frascolini il diploma che lo nominava Cavaliere della Corona d'Italia, e quel diploma gli fu annunziato da una lettera molto gentile e obbligante del duca d'Eleda.
—Cavaliere?… Lo era davvero, lui. Se l'era guadagnato, quel titolo, col proprio ingegno, col proprio lavoro, colla propria onestà, e valeva assai più di tutto il marchesato posticcio del signor Giacomo Vharè.
XXVIII.
Povero Vharè!… I suoi affari precipitavano a rotta di collo! Ormai, da vario tempo, non viveva più altro che del credito; ma il credito, per chi lo gode, è come una rete: strappata una maglia, si rompe tutto l'ordito.
A Torino, quando successe l'incontro suo colla contessa Della Valle, non si era recato per le feste della Mostra, ma per tentare una grossa operazione di credito che gli era stata scovata e indicata da un agente di cambio: operazione che, riuscendo, gli doveva fornire il denaro necessario per poter far fronte a due o tre scadenze imminenti e per pater passare quel resto dell'inverno a Nizza o a Monaco. Ma il sovventore, richiesto dell'imprestito, mentre dapprima si era mostrato molto condiscendente, riservandosi soltanto un par di giorni per la risposta definitiva, quando Giacomo si presentò la seconda volta, non si lasciò più vedere e gli fe' rispondere che si trovava spiacente di non poterlo servire, stante il mancato incasso di una forte somma su cui aveva fatto assegnamento. Il Vharè non era un novellino, e capì subito che il capitalista, prima di concludere, aveva voluto assumere informazioni, e che queste erano state cattive.
In un altro momento, anche quel brutto incaglio non gli avrebbe dato un gran colpo, ma allora lo avvilì profondamente. Era il quarto rifiuto in quindici giorni e intanto crescevano le difficoltà, cresceva il bisogno, e la fine dell'anno si avvicinava, sdrucciolando via le settimane, con la velocità tutta particolare, colla quale il tempo passa, corre, vola per i debitori. Si diede attorno di qua, di là, ridusse l'ammontare della somma, abbreviò il termine della scadenza, ma non ci fu verso: a quanti domandava danari, tutti rispondevano picche.
Fatta la pace e partita Lalla per Santo Fiore, dopo la promessa scambievole di trovarsi a Roma ai primi di dicembre, Giacomo, riscaldato anche da questa impensata avventura, tornò daccapo al lavoro, con un'alacrità ed un'accortezza che sarebbero state degne di miglior successo. Da Torino passò a Genova, da Genova a Milano, da Milano a Padova, ma sempre collo stesso esito infelice; ragion per cui dovette in breve ritirarsi a Borghignano, avendo finiti i quattrini anche per quelle corse disperate. A Borghignano aveva casa sua, e per qualche tempo il piccolo credito, tanto per vivacchiare, non gli sarebbe mancato.—E all'avvenire? Oh, all'avvenire il marchese di Vharè non ci voleva pensare, perchè in tal caso avrebbe perduto anche l'appetito; l'unica cosa buona che gli rimanesse.
Tuttavia, egli si conservava filosofo, e non si mostrava nè sgomento, nè triste, tanto più che dovendo tirarla innanzi col credito, avrebbe colla melanconia accresciuta la sfiducia. Il Vharè, del resto, conosceva gli uomini e le donne; e mentre si sarebbe guardato bene dal lasciar scorgere a' suoi amici le perturbazioni del proprio bilancio, a Lalla, invece, gliene scrisse tosto a Santo Fiore, scherzandovi sopra e confidandole che dubitava, per quell'inverno, di poterla raggiungere a Roma, temendo di doversi fermare a Borghignano ad ammirare il trotto di Adamastor e le pelliccie nuove dei Tangoloni; a far la corte alla Bertù, a confidarlo alla Calandrà ed a tentare con Gianni Rebaldi la sorte del tresette. Ma chiudeva la lettera dicendole che la sua vita d'adesso, egli, ad ogni costo, non l'avrebbe cambiata con nessun altro perchè sentiva ogni contentezza, ogni gaudio, ogni felicità, pensando a Lei, colla certezza cara che gli volesse un po' di bene.
E il Vharè sapeva pure che confidando queste sue strettezze alla duchessina, in una forma brillante, non le avrebbero fatta cattiva impressione; anzi, era alcunchè di nuovo, di originale, di simpatico; mentre invece, se Lalla ne avesse sentito parlare da altri, ed egli avesse voluto farne un mistero, allora, forse, correva il rischio di scapitarci assai.
I debiti sono come la canizie: portata con disinvoltura può ancora piacere, ma volendo nasconderla coi cerotti e le tinture diventa ridicola. Certamente egli non contava tutto alla duchessina, ma lasciava scorgere quel tanto del suo deficit che presentava qualcosa d'artistico e che non offendeva il gentiluomo. Oh, il Vharè si sarebbe guardato bene, per esempio, dal confidarle che gli era minacciato un protesto e che pranzava a credito. Dinanzi all'usciere e all'appetito, i debiti, anche per una duchessina sentimentale, diventano borghesi e non hanno più nessuna attrattiva.