A Santo Fiore, combinato lo scambio coll'istitutrice, alla quale Lalla non diede nessuna spiegazione, e passato l'orgasmo pauroso delle prime lettere ricevute, ella se ne fece una piacevole abitudine e le aspettava con impazienza e le leggeva con grande interesse. A Santo Fiore essa non aveva altre distrazioni. Là, sola sola, pensava a Giacomo di frequente e alla vita che a Roma avrebbero fatta insieme. Certo, in quell'inverno, gli adoratori le sarebbero ritornati tutti intorno, e lei voleva vendicarsi del loro abbandono. Ma poi, in mezzo ai più bei disegni, cambiò, a un tratto, d'umore, diventò nervosa, lunatica… poi capitò la lettera del Vharè a mandar tutto in fumo, e così in dicembre partì per Roma, lamentandosi di dover essere in viaggio tutto l'anno.
Ci pativa anche perchè la Bertù, la Calandrà e tutti gli altri pettegoli avrebbero creduto che il Vharè rimanesse a Borghignano per la Soleil. Nè una tale supposizione sarebbe stata fuori di luogo e Lalla stessa, in fondo al cuore, non era affatto senza sospetti. Il Vharè si mostrava nella sua lettera troppo di buon umore; e se non si fermava apposta, certo la presenza della Soleil gli avrebbe reso meno spiacevole quel domicilio forzato. Così, la rabbietta e un po' di gelosia, suscitarono nella sua testolina bizzarra un altro di quei fuochi di paglia che in lei divampavano ad un tratto e con strani chiarori.
Pensò ad un pretesto per non tornare più a Roma in quell'inverno, quando lei e Giorgio sarebbero ritornati a Borghignano per passar il Natale con la mamma. E un pretesto non solo, ma una ragione eccellente non le mancava. Era una ragione, per altro, che Lalla non avrebbe voluto mettere in campo; che anzi le ripugnava di adoperare in tale occasione; ma poi finì col servirsene, quando si vide costretta a farlo in mancanza di meglio, e quando capì che, ormai, per il timore ed anche un pochino pel rimorso, aveva taciuto anche troppo.
Confessò il suo segreto alla mamma abbracciandola e arrossendo; alla mamma che, dopo averla ascoltata tremando, si strinse la figliuola al cuore e diede ella stessa, povera Maria, la cara novella a Giorgio, con un sorriso che appariva fra le lacrime, come un raggio di sole che attraversa la tempesta.
Giorgio impallidì dalla commozione e abbracciò la sua Lalla, abbracciò Maria senza poter dire una parola: la gioia gli serrava la gola. Prospero Anatolio si mise a piangere dalla consolazione, poi prese il cappello e infilata la porta andò a partecipare all'Arcivescovo il miracoloso avvenimento. Ritornato a casa, regalò mille lire alla Congregazione di Carità, e a Lalla una collana di diamanti, approvando pienamente il suo desiderio di rimanere tranquilla a Borghignano, tanto più che, in tal caso, egli era sicuro che vi si sarebbe fermata anche la Giulia. Nella famiglia d'Eleda, da quel giorno in poi, non si parlò più d'altro, non si fecero progetti, preparativi, auguri che non fossero diretti all'atteso Prosperino. Il solo, che non prendeva parte a tanto giubilo era Pier Luigi. Sicuro!… Pier Luigi confrontava le date e sogghignava; ed alla Calandrà, che pianino discorrendo con lui, aveva fatto un'osservazioncella piuttosto impertinente:—Mah,—rispose il vecchio cinico, alludendo a Giorgio:—Chi si contenta gode; chi si contenta!
Lalla, come aveva voluto, rimase dunque a Borghignano; e mentre Giorgio andava continuamente innanzi e indietro da Roma, ella perdeva il tempo e la pace a commettere imprudenze col Vharè, spinta dalla sua gelosia per la Soleil. Adesso però, la duchessina, per quanto facesse, non poteva ricuperare, tutto intero, il cuore di Giacomo. Egli era tornato daccapo, approfittando della buona occasione: la contessa Lalla era sempre simpatica, egli le voleva sempre bene, ma non le credeva più. Quando Lalla fuggì via da lui, piantandolo in quel brutto modo, essa aveva distrutta la sua ultima illusione, aveva distrutto il suo ultimo amore, destandolo, bruscamente da un sogno romantico; e il Vharè era troppo uomo e troppo esperto per riaddormentarsi di nuovo. Le bambinerie della duchessina, che una volta lo avevano commosso e sedotto, ora lo tenevano in sospetto; e dal candore, dalla grazia, dai timidi abbandoni e dalle ingenue sorprese della sua innamorata egli vedeva sorgere e far capolino quella finissima civetteria che, per una volta tanto, era pur riuscita a canzonarlo, e molto bene.
Oltre a ciò, che sarebbe bastato anche da solo, c'era poi un altro sentimento, nuovo e profondo, che lo divideva da Lalla: la disistima.
Per quanto corrotto, per quanto dissoluto, l'amante è sempre, per la donna che gli si abbandona, il suo giudice più rigido e più spietato, quando la passione si acqueta e la verità comincia a farsi strada. Il marito, l'offeso, non può essere più implacabile. Il Vharè vedeva, adesso, tutta la colpa che Lalla commetteva giocherellando colle sue ariette fanciullesche, da null'altro spinta che da un leggero capriccio, e tutto ciò lo allontanava insensibilmente da lei, riavvicinandolo, invece, a poco a poco, alla Soleil. In fine, l'amore della Soleil era grande e sincero, mentre Lalla era stata spinta soltanto dalla vanità e dalla curiosità; l'una si era donata, l'altra si era fatta rubare. Si sa: quando l'amore se ne va, la logica ritorna.
Bisogna anche aggiungere, ch'egli aveva abbandonata la Soleil dopo aver vissuto insieme per ben tre anni, e l'aveva piantata senza un motivo, anzi peggio, mettendosi assolutamente dalla parte del torto; bisogna aggiungere che s'incontravano, si rivedevano allora per la prima volta dopo quell'abbandono, e che il legame del marchese di Vharè colla diva non era stato uno dei soliti amoretti del palcoscenico.
Quando Giacomo conobbe la Desirée Soleil, questa ormai pareva inaccessibile e inafferrabile. Co' suoi straordinari e insperati trionfi si era sentita così pienamente felice da non aver bisogno d'altre emozioni: e poi la virtù le era allora consigliata anche dal medico, per conservar la voce.