Tuttavia essa non negava di aver avuto amanti: soltanto, dichiarava di non volerne più.

L'arrivare al suo cuore non era dunque facile impresa. Era una donna d'ingegno e d'esperienza, conosceva il mondo e le seduzioni, danari ne guadagnava tanti quanti ne voleva spendere, ed anche così inflessibile, era festeggiata e aveva adoratori fino alla noia. Anzi, questo suo, era forse il modo migliore per averne moltissimi. Si consolavano a vicenda della comune sconfitta, si deridevano l'un l'altro e continuavano a sperare tutti insieme ed ognuno per proprio conto. D'altra parte, la Soleil era buona, amabile, piena di spirito, tollerava qualche allusione un po' arrischiatella e aveva il tratto di una gran dama. Il corteggiarla era di moda; il diventare uno de' suoi intimi voleva dire essere una persona del bel mondo, un uomo d'ingegno o una celebrità del giorno, e però i suoi innamorati, non potendo giungere fino al suo cuore, si accontentavano di essere ricordati ai suoi occhi, ottenendo di farle porre i loro ritratti in un album ch'ella teneva esclusivamente per le fotografie degli amici, e nel quale, variando ad ogni piazza, figuravano, s'intende, tutti i giovanotti più eleganti delle varie città ove cantava.

Non la lasciavano mai; si davano la posta a casa sua, a quell'ora precisa ch'ella prometteva la sera innanzi di essere visibile; e quando usciva dalla sua camera, ancora in vestaglia ed in pianelle, trovava il salotto già pieno di adoratori. Gli amici anticipavano sempre di qualche minuto: i loro orologi correvano per due motivi: per arrivare più presto a vederla, e per tenersi d'occhio l'un l'altro.

Dalla Soleil bevevano cognac squisito, ch'era stato regalato alla diva da un ricco signore di Bordeaux, tanto perdutamente innamorato, da unirle al bariletto che le mandava ogni tre mesi, la formale domanda della sua mano; fumavano sigarette turche, speditele da un pascià, pure innamorato perdutamente, il quale continuava a rinnovare l'offerta di licenziare per lei il proprio harem; facevano il chiasso con una chitarra di un nobile Idalgo che tutte le notti, a Madrid, le cantava sotto le finestre:

In Castiglia e nei tesori
Dell'Alhambra e dei re mori
Non v'è gemma per mia fè
Che rifulga così splendida
Come gli occhi a Desirée.

E infine facevano musica sopra un piano-forte che le era stato regalato dall'imperatore del Brasile, il quale la chiamava sempre—il mio piccolo canarino—e le voleva bene come ad una figliuola. Tutte queste fortune gli amici della diva le sapevano a memoria, ma le stavano a sentire ogni giorno, senza interromperla, sfogandosi negl'intervalli, non potendo farlo colla padrona, ad abbracciare l'Assunta, la compiacente cameriera, con certe strette così furibonde da toglierle il respiro.

Fra la padrona di casa e gli amici suoi, c'era molta armonia. Solamente, di tanto in tanto, passava qualche piccola nube a proposito delle signore della società, che la Soleil biasimava sempre con un accanimento ferocissimo. Ma la sua collera non durava molto, ed erano sempre gli amici i primi che le domandavano scusa, sempre in ginocchio, magari anche d'aver avuto ragione. Allora Desirée dava loro la mano da baciare, ma essi invece le baciavano il braccio più su che potevano: a tanta indiscrezione la diva ridendo, li scappellottava amabilmente, e la pace era fatta.

La Desirée Soleil era una francese, di Milano, la quale, prima di calcare le scene, si chiamava Andreina Calziraghi. Era una donna assai bella: il suo corpo avrebbe potuto servire da modello per i contorni ad uno scultore dell'età d'oro, e per il colorito ad un pittore della scuola veneziana. Grandi e neri gli occhi di fuoco, neri, folti, lunghissimi i capelli, la bocca grande, coi denti candidi, regolari; le labbra rosse e vive. Tutta la sua persona pareva un invito alla voluttà; ma la sua faccia, mobilissima, caratteristica e simpatica, dalla quale trasparivano, a tratti, gli impeti del suo ingegno vivace, faceva pensare. Elegante, prodiga, spensierata, scriveva l'italiano come una tedesca, e parlava il francese come un'americana.

Aveva molte stranezze: nell'inverno si avvoltolava fra le pellicce e nell'estate indossava certi abiti di velo che la riparavano dalle mosche più che dagli occhi. I suoi adoratori dovevano credere, o montava in collera, che vivesse soltanto di dolci, di frutta, di foglie di rosa che succhiava continuamente e di gramolate che sorbiva adagio adagio, con lunghe cannucce di paglia.

Quantunque vantasse più magnanimi lombi, sua madre era stata una portinaia che l'aveva avuta dal suo padroncino di casa, un contino biondo e roseo come una ragazza. Andreina aveva dunque nella sua costituzione la schiettezza del popolo e le raffinatezze dell'aristocrazia; le carni rotonde e sode della mamma e la pelle bianca e fine del babbo; aveva del sanguigno e del nervoso ad un tempo; e se alcune volte il sangue materno l'aveva spinta fra le braccia di un qualche gagliardo e bel ragazzotto, il sangue paterno non tardava ad avere il sopravvento, e allora Andreina subiva i fascini d'un volto pallido e delicato. Quando cessò d'essere Andreina Calziraghi per diventare la Desirée Soleil, e non aveva più amanti d'intorno, ma soltanto sudditi e amici, allora si avvezzò presto all'aristocrazia, e tanto bene, che vi pareva nata. Cominciò a contare d'essere la figlia d'un barone francese, che possedeva miniere in America e schiavi di tutti i colori, e a questa paternità, a forza di ripeterla, terminò col crederci anche lei, anzi, era lei, la sola, che ci credesse un pochino.