Le storielle erano il suo punto debole. Ne contava molte, ne contava troppe. Ne aveva una, fra le altre, che spacciava per uso e consumo de' suoi adoratori, i più ricalcitranti al regime negativo, e che pareva un romanzo del Montépin.

L'eroe era un principe russo, ricchissimo, possessore di venti villaggi, d'una barba orribile e d'una desinenza in off ancora più orribile, che voleva amarla per forza, quantunque lei gli rispondesse sempre di no. Il principe, al primo rifiuto sorrise cinicamente, offrendole, in cambio della sua virtù, manate di turchine e pugni di diamanti; ma lei, dura sul no, anche la seconda volta. Allora i peli della barba del principe si agitarono come tante lamprede fuori dell'acqua, e il sorriso cinico si mutò in un ghigno feroce; ma siccome non poteva farla frustare, si rassegnò ad aggiungere all'offerta delle turchine e dei diamanti anche quella della sua mano e della desinenza in off. A tale proposta, continuava a contare la diva, lei s'era messa a ridere, ringraziandolo d'averla corteggiata pour le bon motif; ma dichiarandogli, nello stesso tempo, ch'egli arrivava troppo tardi, perchè la Desirée Soleil aveva sposato il teatro, e l'arte sola oramai le poteva far battere il cuore; era costretta quindi, avec beaucoup de chagrin, a dirgli di—no—pour la troisième fois. La barba del principe, all'ostinato rifiuto, non si mosse nemmeno: cattivo segno. La sera dopo, mentre lei e l'Assunta uscivano dal teatro, il principe, aiutato dalla polizia, le rapì tutte e due: sicuro, anche la cameriera, che a questo punto veniva citata sempre come a testimonio. Le peripezie del viaggio lungo i deserti di ghiaccio, coi lupi affamati che saltavano attorno alla slitta, erano innumerevoli e svariatissime, ma presto o tardi si arrivava felicemente al castello del principe. Era un castello in mezzo alla neve, con parco e giardino inglese, illuminato a luce elettrica. Nel castello, Barbarossa ne tentò di tutti i colori contro la virtù della diva. Tentò la grazia, la forza, e in fine tentò anche l'astuzia. Voleva addormentarla con un potente narcotico, ma lei, invece di bere il narcotico, mangiò la foglia e visse solo di frutta e di ghiaccio. Irritato da tanta fermezza, Barbarossa perde la prudenza: e colla faccia infocata, gli occhietti da basilisco, digrignando i denti, magro, sporco, sparuto, ella lo vide, una notte, capitare attraverso un quadro, nella sua camera da letto e… La lotta che successe allora fu terribile e grottesca. La Soleil, raccontandola, si animava, diventava rossa in faccia, e, alzandosi, afferrava uno de' suoi amici, lo trascinava attorno due o tre giri per il salotto e finiva con un impeto potentemente drammatico a lanciarlo fuori dell'uscio che gli chiudeva sul muso, accompagnando la spinta con un—no!—nel quale echeggiava una bellissima nota di contralto. Anelante, tornava poi a sedere, e terminava tranquillamente di raccontare il drammatico epilogo del principe russo il quale, in capo ad una settimana, e a cagione di quell'amore infelice, diventato pazzo furioso e legato nel proprio letto, colla camicia di forza, non faceva altro che ripetere—no!—no!—no!—lo spietato—no, della diva!

Ma quando le fu presentato il marchese Giacomo di Vharè, essa non gli raccontò la storiella del principe dei venti villaggi e nemmeno quella più modesta del babbo barone. Capiva che col Vharè doveva essere tutt'altra cosa, e invece di parlare sempre lei, come faceva con tutti gli altri, lo stava ad ascoltare attentamente, provando una seduzione nuova, profonda, indefinibile a quella parola così facile, così affascinante. La Soleil capì, subito, che avrebbe finito coll'amare il Vharè, e coll'amarlo forse tanto, quanto non aveva mai amato fino allora; e tutti questi suoi sgomenti una sera che, per caso, furono lasciati soli nel camerino, ella glieli confidò candidamente, come le uscivano dal cuore che pareva le si risvegliasse allora, dopo un sonno lunghissimo. Col Vharè essa non era più la Desirée Soleil, era ritornata Andreina Calziraghi, la semplice, la buona ragazza.

—Siate generoso con me;—gli disse fissandolo quasi timidamente.—Non insistete tanto per farvi amare; non mi tentate così. A voi il lasciarmi non costa nulla, ed io con voi, lo sento, arrischierei troppo, arrischierei tutto. Ero così tranquilla e stordita; ero così beata. Ridevo, ridevo sempre, e voi tornate a farmi diventar triste e a farmi pensare. No, mi secca; non voglio!…. Non voglio più voler bene; e se ne volessi a voi sarebbe una cosa seria; forse la più seria della mia vita, e terminerebbe coll'annoiarvi. Da bravo, marchese, ve ne prego, seguite un mio consiglio: presto la stagione sarà finita, non venite più da me, rinunciate al teatro, per queste poche sere, e tutti e due conserveremo la nostra pace.

Giacomo vedeva bene che la Soleil non mentiva, e gli piacque la sincerità, il bel tipo di bruna, mentre lo allettavano l'ingegno dell'artista e le difficoltà dell'impresa.

Invece di lasciarla, si attaccò a lei ancora di più; e Andreina, a poco a poco, si innamorava perdutamente e ritornava a sentire inquietudini e turbamenti, lei artista, lei cantante, lei che non era nuova nè all'amore e nemmeno agli amanti e che doveva essere agguerrita contro qualunque seduzione. Ma l'amore fa di questi tiri, e ne fa anche di peggio!… Quando dal suo camerino ella vedeva Giacomo avvicinarsi, le batteva il cuore e arrossiva d'improvviso, come una giovinetta, come un'ingenua sensitiva, ancora ai primi palpiti. Una sera, mentre era in iscena e cantava, lo sentì, più che non lo vedesse, entrare in un palco di proscenio, avvicinarsi al parapetto, fissarla col cannocchiale, e la poveretta, come se ritornasse alle emozioni dei virginali turbamenti, stonò forte, e non ebbe i soliti applausi alla sua aria favorita.

Adesso non recitava la commedia, no, no; aveva paura davvero, e non vedeva il momento che si chiudesse quella malaugurata stagione per andarsene via, per fuggire, per non vederlo più; ma il Vharè non gliene lasciò il tempo.

Un giorno Andreina era ancora seduta a tavola e pensava appunto al bel marchese di Vharè, giocherellando distratta e quasi triste, coll'orlo della salvietta: quella sera essa doveva cantare e però non voleva ricever nessuno; ma Giacomo seppe commuovere il tenero cuore dell'Assunta, e Andreina se lo vide capitare dinanzi, in quel momento che lo credeva più lontano. Lo accolse con un grido, si arrabbiò coll'Assunta, si mostrò crucciata con Giacomo, non voleva dargli la mano; ma non ebbe il coraggio di mandarlo via.

La piccola stanzetta era quasi al buio: due candele rischiaravano appena il disordine della tavola apparecchiata, mentre dallo sportellino della stufa accesa usciva a tratti, come un respiro di fuoco, la fiamma rossastra. Faceva caldo, si soffocava lì dentro, e Giacomo venendo allora dal freddo della strada, si sentì bruciare la faccia, mentre respirava a fatica in quell'aria greve, impregnata dal profumo dei fiori e corrotta dall'odore che vi era rimasto delle vivande.

L'Assunta, buona donna e affezionata alla padrona, si fermò un momento, sorridendo con malizietta affettuosa, poi, volendo farsi perdonare il tradimento, le disse forte, indicando l'orologio a pendolo della caminiera:—Si ricordi signora; fra dieci minuti, al più tardi bisogna vestirsi per il teatro…—Non c'era dunque tempo da perdere, e infatti, appena uscita la cameriera, Giacomo prese Andreina e la strinse fra le braccia mentre la diva, tremando tentava di allontanarlo, di difendersi e a bassa voce, per non essere udita dall'Assunta che preparava la cesta nella camera vicina, scongiurava Giacomo di non tormentarla, di andarsene, di aver compassione di lei.