Poveretta!… Quell'uomo l'aveva sorpresa, era capitato là dentro come un ladro, per rubarle la sua felicità, la gioia stordita, rumorosa dei suoi trionfi di donna e di artista, per rubarle l'anima!
Anche Giacomo pregava, supplicava. Pregavano, tutti e due, ma non s'intendevano, non si ascoltavano. Più che coi baci, Giacomo la stordiva colle parole appassionate, insinuanti ch'ella sentiva correrle pei capelli, pel collo, per tutto il corpo come un fiato caldo, voluttuoso, che la inebriava, che la vinceva.
—No!… No!… Ti prego!… Ti prego!… Non voglio!… Ero così contenta! Ero così felice!…—Ma già Andreina, a poco a poco, si sentiva venir meno, si sentiva portar via come in un sogno; già lottava solo con un—no—debolissimo, convulso, che le usciva appena dalle labbra tremanti, e non più dal cuore; un—no—pieno di lacrime, di amore, d'abbandono e che sarebbe rimasto preso, soffocato da un bacio… quando improvvisamente un suono lungo, squillante echeggiò nel silenzio della stanzetta. Lontani lontani com'erano dal mondo tutti e due, trasalirono quasi: era l'orologio della caminiera che suonava le sette. Bastò un secondo a Giacomo per rimettersi, ma era bastato un istante anche ad Andreina per ricuperare la coscienza di sè e del pericolo che correva, e sciogliendosi vivamente dalle braccia di Giacomo, corse a salvarsi sull'uscio dell'altra stanza, gridandogli con voce rotta, soffocata:—No!… No!… Ve ne supplico!… Andate via! Andate via!… Stasera canto!—E chiamò l'Assunta.
Stasera canto!… Cercando una scusa, un'arma per difendersi, per farsi rispettare, non ne aveva trovata una migliore. Ma non era più, adesso, la Desirée Soleil che lottava contro il principe dei venti villaggi, no; non era che la buona Andreina, la quale sentiva di non poter invocare in suo aiuto nè l'onore, nè il pudore, perchè quell'uomo ch'ella amava, avrebbe potuto deriderla; e però disse quelle semplici parole—stasera canto—tremando e piangendo, le mani giunte e con un'espressione di sgomento così viva che faceva pietà e che mutava la sua preghiera in un grido disperato dell'anima.
Ma, pur troppo, la sera dopo ella non cantava, aveva riposo, e Giacomo di Vharè rimase solo con lei oltre la mezzanotte. Quando Giacomo se ne andò via, Andreina aveva voluto accompagnarlo fin sull'uscio dell'ultima stanza d'uscita, abbracciandolo un'altra volta con una tenerezza infinita.—Ascolta, Giacomo,—gli disse,—io ti ho data tutta l'anima mia; ormai non mi appartengo più. Non abbandonarmi subito; io non ti ho ingannato e non ho mentito. Darei la mia vita, il mio nome, il mio trionfo d'artista, tutto tutto, per essere ancora una donna onesta e poterti dire:—non sono stata che tua, e non sarò che tua.—Stordita, non ho mai avuto rimorso del mio passato; ora ne ho dolore per la prima volta e per te, perchè ti voglio bene Sento che ho finito ormai di essere calma e felice; ma non rimpiango la mia felicità, ti amo troppo, e non la ricordo nemmeno. Tuttavia, per poco che io possa contare nella tua vita, ci voglio essere come una memoria cara, voglio sfiorarla come un sorriso. Non voglio costarti nessun sacrificio, nessuna amarezza. Giura, amor mio, giurami che il primo giorno nel quale non sentirai per me più… più nessun desiderio, tu me lo dirai subito, francamente e lealmente. In compenso di tutta me stessa, non ti domando altro che questa parola sincera.
—Ti amerò sempre,—le rispose il Vharè con galanteria.
Andreina comprese la leggerezza di una simile risposta e sentì come un presentimento delle ore tristi che le si preparavano.
—Sempre?… Le donne come me non si amano sempre. Ma ti prometto, ti giuro, che mi avrai sempre tua, finchè ti piacerà di tenermi.—E si lasciarono così, stringendosi la mano e baciandosi, lui con un sorriso, lei con un sospiro.
Tre anni dopo, infatti era il Vharè che abbandonava Andreina, senza ch'egli avesse nulla da poterle rimproverare.
La Desirée Soleil, la diva, si mostrò indifferente a quell'abbandono così immeritato, ma Andreina Calziraghi ne soffrì assai, perchè essa amava sempre il Vharè, come già aveva sentito di amarlo quel primo giorno in cui l'orologio a pendolo l'aveva salvata. Essa ne soffrì assai, tanto che ammalò e per due stagioni stette senza cantare. Quando volle ritornar sul teatro dovette accontentarsi di quella misera scrittura di Borghignano, perchè gl'impresari dei grandi spettacoli temevano non fosse più quella di prima e non volevano arrischiarla. Andreina avrebbe riposato ancora volentieri, ma come si fa?… I suoi pochi risparmi erano consumati; le sue perle, i suoi brillanti erano impegnati e bisognava cantare per vivere. Certo, se avesse voluto, non le sarebbe mancata la generosità di un qualche amico e protettore; ma come vi sono donne nate nell'azzurro e che cadono giù, attirate dal fango, così ve ne sono altre, e dove forse meno si crederebbe, che si sentono attratte a sollevarsi in alto, sempre più in alto, nell'azzurro, e la buona Andreina era appunto di queste.