Andreina presentò l'uno all'altro: entrambi si salutarono appena, con un cenno del capo, senza stringersi la mano. Il Vharè non badò nemmeno al cavalier Frascolini, ma Sandro squadrava Giacomo da capo a' piedi: c'era assai più che la gelosia, c'era ferocia in quel suo occhio torvo iniettato di sangue, e ci fu un momento nel quale sfavillò con una fiamma sinistra. Il Frascolini avea veduto in dito al Vharè l'anello ch'egli aveva regalato alla duchessina: la turchina colle rose d'Olanda. A quella vista, mille pensieri, mille ricordi gli si affollarono tumultuosi nella mente, e dinanzi all'odio che gli prorompeva dall'anima, ogni altro odio rimaneva muto, e lo stesso Vharè, il suo rivale, scompariva nel cocente desiderio di vendicarsi della duchessina e di farla finita, magari con un delitto. Egli salutò appena la Desirée, troppo commossa per poter notare il suo turbamento, non salutò affatto il marchese che, ritto in piedi, appoggiato alla parete e, mezzo nascosto da una sottana rossa e da un bournous grigio che vi erano appesi, non lo guardò neppure, ed uscì all'aperto dove si sfogò bestemmiando contro Lalla chiamandola una Faustina, una Brunechilde, una Mirofleda, la peggiore, insomma delle eroine baldracche della razza maledetta dai figli di Gioele… il brenn della tribù di Karnak.
Rimasta sola con Giacomo, Andreina chiamò l'Assunta raccomandandole di star bene attenta per avvisarla quando «toccava a lei»; e lasciato che si chiudesse, come per caso, l'uscio del camerino dietro alla donna che usciva, gettò le braccia al collo del Vharè, stringendolo fortemente e lungamente.
Intanto la comparsa inaspettata del marchese di Vharè avea prodotto sul palcoscenico un bolli bolli straordinario. I signori della Direzione, ch'erano innamorati in blocco della Soleil, per godersela da soli, almeno durante la recita, avevano proibito severamente l'accesso sulla scena a chi non apparteneva allo spettacolo, facendo solo una forzata eccezione per «i maledetti» giornalisti.
Quei tre o quattro vecchiotti, fra un atto e l'altro, volevano mangiarsi tutti la diva, almeno cogli occhi, a pezzetti e a bocconcini: beati di poterle baciar la mano, di stringerle il braccio, di toccarle i fianchi, beati, gongolanti, quando potevano sorprenderla un po' in disordine d'abbigliamento e non si movevano mai dal palcoscenico, tenendola d'occhio con gelosia sospettosa. In quella sera dunque, appena uno di costoro ebbe visto un intruso (e nientemeno che il Vharè!) nel camerino della Soleil, corse a dare l'allarme al Presidente. Il Presidente, montò su tutte le furie, come un Turco alla vista del proprio harem violato da un infedele; chiamò d'urgenza gli altri membri della Direzione, e tutti insieme, in un cantuccio del palcoscenico, si accusarono, l'un l'altro, di poca energia, di poca fermezza nel far eseguire gli ordini impartiti; ma poi tutte le ire si rovesciarono sul capo innocente del portiere, al quale intimarono lo sfratto, se il caso si fosse ripetuto. La sera dopo, il Vharè si vide chiudere sul naso la porta del palcoscenico; ma non si turbò: fece subito chiamare l'Assunta perchè avvertisse la padrona, e Andreina, in tale circostanza, si mostrò la figlia… di sua madre. Non si degnò nemmeno di venire a patti coi signori della Direzione, i quali si erano chiusi nel loro palchetto riservato, aspettando la fine della burrasca. Invece, mandò a chiamare l'impresario e gliene disse tante da stordirlo, strapazzandolo come un cane, protestando che nel suo camerino volea essere padrona di ricevere chi le accomodava; gridando che quelle scenate succedevano solamente in provincia e che, alla fin dei fini, il Vharè era il suo amante ed era padrone, padronissimo di andare da lei quando e quanto voleva. Il Presidente, o la Soleil non cantava, dovette togliere il veto; ma da quella sera memorabile i signori della Direzione mutarono affatto di contegno verso Andreina. Non le fecero più la corte, non andarono più in estasi, non si precipitarono più nel suo camerino per adorarla. Si sparpagliavano invece nel teatro, dove facevano notare agli abbonati che la diva era giù di voce e non mettevano più come prima tutte le mani, con mirabile accordo, sul fuoco, assicurando che il conte Pier Luigi da Castiglione non le aveva nemmeno toccato un dito. Invece si lasciavano fuggire certi mah!… certi uhm!… certi sorrisi maliziosi, che esprimevano tutto il contrario. Poi, ultima vendetta, sospesero, per economia, lo splendido e ricchissimo nastro col sole trapunto all'un dei capi, ch'era stato ordinato apposta per la sua serata, e non le fecero presentare dal servo di scena, altro che un mediocre mazzo di fiori, con un nastruccio scozzese, vecchio e stinto.
Soltanto il Presidente, in fondo al cuore, rimaneva fedele agli incanti della diva: in fondo al cuore, chè non si arrischiava di contrariare, di mettersi in opposizione, co' suoi colleghi. Se però gli altri non lo vedevano, egli, per far piacere ad Andreina, era amabilissimo anche col Vharè; e quando il camerino della Soleil rimaneva aperto, la adocchiava dalle quinte in faccia, coll'aria di uno studentello innamorato, tenendosi, per paura di compromettersi, mezzo nascosto dietro il pompiere. Tutte le volte che Andreina attraversava le quinte, se lo trovava sempre fra i piedi, rosso e timido. Con la diva, si arrischiava appena di sospirare, ma tutti i suoi dispiaceri li confidava all'Assunta, che il buon vecchietto si stringeva al cuore, paternamente, e regalava di zuccherini, contentandosi, così, di poter abbracciare almeno la cameriera… dell'oggetto amato.
Questi pettegolezzi, che correvano per Borghignano, arrivarono ben presto, come si può credere, all'orecchio della contessa Della Valle, la quale avea dovuto rinunciare improvvisamente al teatro per la morte di un prozio materno, che dimorava in Sicilia. Dapprima essa ne fu punta nell'amor proprio, e al Vharè, che cercava scusarsi, fece qualche scenettina assai vivace; ma poi si rassegnò, si abituò, si consolò quasi delle infedeltà del bel marchese.
E questa sua freddezza non era punto studiata. Non era una delle solite simulazioni; la sentiva proprio spontanea nell'anima e cresceva ogni giorno. Quando venne a sapere che, terminata la stagione d'opera, la Soleil si sarebbe ancor fermata fino ai primi di maggio a Borghignano, d'onde poi sarebbe partita per Genova e quindi per l'America, Lalla non se ne curò, non ne parlò nemmeno col Vharè. Certo gliene avrebbe parlato per avere una scusa di romperla con lui, se un pacchetto di lettere, con un nastrino azzurro, e ch'ella sapeva ben custodito in una scrivania del marchese, non l'avesse tenuta molto inquieta e in dubbio sul da farsi. Sì, la duchessina Lalla avrebbe voluto veder la fine di quell'intrighetto che da un momento all'altro era diventato seccante; del quale adesso sentiva vivo il rimorso, tanto che avrebbe fatto qualunque sacrificio pur di tornare indietro, ai bei giorni nei quali si sentiva la coscienza netta, com'era prima del loro incontro di Torino.
Ma Lalla confondeva col rimorso il disinganno e la noia. Adesso non era più ambiziosa del Vharè, anzi evitava tutte le occasioni di farsi vedere insieme, perchè ne sentiva quasi vergogna. L'opinione pubblica di Borghignano lo aveva bello e spacciato. Lo sfuggivano tutti, lo guardavano d'alto in basso, e al club cercavano un pretesto per mandarlo via. La generalessa e la Bertù gli avevano tolto il saluto; il Toscolano riferiva che il Vharè andava tutti i giorni a desinare a scrocco dalla Soleil; i due Lastafarda, quantunque gli facessero il bello sul muso, perchè avevano paura di buscarsi una sciabolata, ne dicevano di cotte e di crude sul suo conto. Fra le altre, il Lastafarda juniore contava questa: suo fratello aveva dato mille lire al Vharè sulla parola, e non gli era stato più possibile di riaverle. Ma chi addirittura montava in bestia, solo a sentirne parlare, era Gianni Rebaldi, il quale era lì lì per ottenere un po' di danaro in prestito da un usuraio, una perla del genere; ma l'usuraio, vantando un credito sul Vharè, aspettava che questi lo pagasse per avere la sommetta occorrente allo sconto della nuova cambiale. Il Rebaldi, gliene diceva contro di tutti i colori, rimproverando al Vharè di vivere alle spalle delle amanti, di far debiti e di non pagarli. Quando poi venne a sapere che l'usuraio, non potendo incassare i denari, si era accontentato, d'accordo con altri creditori, di porre il sequestro sui mobili del marchese, rinunciando per conseguenza a concludere l'affare con lui, egli si credette derubato dal Vharè, e avrebbe voluto, nientemeno, che lo cacciassero in prigione.
Lalla, quando udiva parlare di queste cose, si sentiva venire i brividi.—Ah, se non ci fossero state quelle lettere!…—Ma, certe volte, anche il profumato pacchetto, legato col nastrino azzurro, essa lo vedeva messo sotto sequestro, e ciò la spingeva a pazientare, a dissimulare finchè le fosse capitata l'occasione di fare un'ultima visita nelle camerette di Giacomo e allora… allora trovare il modo e il momento di portarsi via le sue lettere.
Dio, Dio, che felicità!…