Un'ora dopo, egli si avviava verso casa Della Valle lentamente, con un gran batticuore, quantunque volesse fingere seco stesso di essere franco e sicuro del fatto suo.
Egli vedeva ancora la signorina Lalla con quel suo vestitino succinto di mussola bianca, gli occhi bassi, le guance soffuse di un leggero incarnato; bella com'era bella l'ultimo giorno che si erano lasciati a Borghignano, poco prima delle sue nozze, quando gli promise che dopo… si sarebbero riveduti.—La signorina gliel'aveva promesso, ma… Ma in fin dei conti toccava a lui di farsi innanzi per il primo; non poteva pretendere che fosse la donna quella che lo venisse a cercare. Adesso era cavaliere, quasi amico del duca Prospero Anatolio; era direttore e proprietario dell'Omnibus… Una visita gliela doveva.
Intanto, pensando a tutto ciò, era arrivato a casa Della Valle. Si fermò sul portone colla scusa di guardare nel portafoglio se aveva biglietti da visita; ma, in verità, si era preso quel momento per rinfrancarsi, e poi entrò diritto colla risoluzione affannosa di chi si getta, d'un salto, in una corrente di acqua fresca.
Il portiere, richiesto, vista l'eleganza del visitatore, rispose che la padrona era in casa, che riceveva, e sonato il campanello lo accompagnò fino ai piedi dello scalone. Sull'uscio dell'anticamera c'era un servitore che fece entrare il Frascolini nella prima sala; poi gli domandò il suo nome e andò ad annunziarlo. Tornò dopo averlo fatto aspettare abbastanza perchè Sandro, consumata tutta la sua provvista di coraggio, pentito, pauroso dell'atto temerario, al quale non sapea più nemmen lui come avesse potuto risolversi, desiderasse che Lalla non lo ricevesse per poter scappar via. Invece il servitore lo pregò di seguirlo; ma non lo accompagnò nel salottino della contessa, e Sandro, molto maravigliato, si trovò inaspettatamente nello studio del signor conte e proprio a faccia a faccia con lui, il tentennante, il rosso di ieri!…
Il Della Valle lo salutò appena, con un cenno del capo, e senza farlo sedere, tenendolo in piedi vicino all'uscio, domandò che cosa il cavalier Frascolini desiderava da sua moglie.
L'egregio uomo, direttore dell'Omnibus, in questa circostanza non trovò più una gocciola di spirito e nemmeno un granellino di pepe; ma si turbò, si perdette d'animo, ed in preda ad una gran confusione balbettò coll'aria di chi sa di doversi discolpare,—ch'egli si era recato dalla signora contessa, desiderando solo di presentarle i suoi omaggi.—Allora Giorgio, fissandolo bene, gli rispose di essere incaricato, appunto dalla signora contessa, di dispensarlo da ogni obbligo: e detto ciò non aggiunse una parola di più, nè rispose agli umili inchini del Frascolini che nell'andar via sbagliava gli usci, non trovava la scala, maledicendo il momento che avea messo i piedi in quella casa.
Ma trovatosi all'aria aperta gli ritornò subito il coraggio e la cattiveria, e col bruciore addosso della brutta figura che aveva fatta si arrovellò contro Lalla e contro Giorgio aggiungendo a tutto ciò che avea sofferto anche la vergogna di quell'ultima umiliazione.
Però, quando rivide la Nena, non le riferì il cattivo esito della sua visita: era stato uno smacco troppo forte. Invece ebbe reticenze, misteri, i quali lasciavano sospettare chissà cosa alla povera grulla, che temeva sempre le sfuggisse l'amante, e si sforzava non più per difendere la padrona, ma per convincere Sandro che la signora contessa avea tutt'altri in mente che lui. Gli riferì, allora, come la sua padrona si era incontrata a Torino col marchese di Vharè, e a mano a mano gli contò tutto ciò che le venne fatto di scoprire, non sospettando mai che quel suo spionaggio potesse recar danno alla contessa; ma sperando solo di strappar via dal cuore del proprio innamorato ogni ricordo, ogni cara memoria.
Il Frascolini, più furbo della Nena, sapeva giocarla benissimo su questo tasto. Dopo ch'egli ebbe scoperto il suo anello in dito al bel marchese,—quell'anello che gli era costato tanti sacrifici e tanti dispiaceri,—risoluto di vendicarsi e trovato il modo di farlo, per metterlo in esecuzione lasciò capire alla ragazza che s'egli non aveva prove più convincenti non avrebbe mai potuto credere che la contessa Della Valle potesse incapricciarsi di un tristo soggetto dello stampo del Vharè; ma che lei, la Nena, voleva ingannarlo pe' suoi fini; e dopo di essere arrivato ad una tale conclusione taceva, pareva distratto e sospirava.
La Nena che, oltre a tutto il resto, si sentiva accusare di falsità, si pose all'opera con maggiore impegno e si tenne sempre vigilante, spiando la sua padrona quando usciva, quando restava in casa, e tenendo d'occhio chi andava e chi veniva. Appena il portiere sonava, annunziando una visita, la Nena cacciava il capo fuori della galleria per vedere chi attraversava la corte, finchè, venuta la volta del Vharè, essa, passando per l'uscio segreto che dava adito alla stanza vicina al salottino, potè udire tutto ciò che dicevano il signor marchese e la signora contessa. Ne sentì abbastanza, più di quanto avrebbe creduto, e la sera, trovandosi come di solito, nei viali deserti dei Giardini pubblici col Frascolini, gli riferì ogni cosa, pur di convincerlo che se voleva ancora sospirare per la sua padrona, era fiato sprecato.