—Vieni!… Vieni via! Forse siamo ancora a tempo. Gli hanno scritto una lettera anonima. Vieni via!

Lalla, spaventata, si mise a piangere, a balbettare parole sconnesse, mentre confusa e tremante cercava, il cappello, la mantellina, i guanti… Il Vharè rimaneva immobile, colla testa bassa, pallidissimo. Egli, che sarebbe stato forte, impassibile contro il marito offeso, dinanzi alla madre perdette tutta la sua audacia, si sentì colpevole e vile.

Maria non gli rivolse una parola, non lo guardò nemmeno; non sentiva, non vedeva, non capiva nulla, altro che una cosa sola: salvare sua figlia. Lalla era pronta, stava già per uscire, quando Maria che si era avvicinata alla finestra spiando dietro le tendine calate, diè all'improvviso un grido soffocato, e presa e stretta sua figlia fra le braccia, come per salvarla, con un atto d'indicibile sgomento le additò un uomo nascosto fra le colonne esterne di una chiesa, che faceva angolo in fondo della strada. Prima ancora di ravvisarlo, tutte e due sentirono ch'era lui, Giorgio, e non s'ingannarono punto: Giorgio, immobile, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso sulla porta di quella casa maledetta. Doveva esservi giunto allora allora: Maria, quando era passata di là, avea guardato bene; non c'era nessuno.

Giorgio, infatti, era lì fermo da pochi istanti.

Quel giorno al tocco, lo si sapeva, era aspettato alla sede del Comizio Agrario; ma invece la seduta era andata deserta. Egli allora, era una bella giornata di sole, ritornò a casa per prendere Lalla e fare insieme una passeggiata. Anche il Della Valle, come prima la Nena, sentì che Lalla non c'era, ma anch'egli pensò subito che l'avrebbe trovata da sua madre. Prima per altro, come faceva spesso, passò dal suo studio per vedere se fossero arrivate lettere od altro.—Trovò il suo ragioniere, parlò di affari con lui, gli diede alcuni ordini e già stava per andarsene, quando l'altro gli additò una lettera e una gazzetta appena arrivate. Il Della Valle guardò l'una e l'altra distrattamente, poi buttò il giornale e tenne la lettera. L'indirizzo era scritto con una calligrafia ignota; anzi, a guardarci bene, era una calligrafia a sghimbescio, ammaccata, piena di adulterazioni studiate. Ciò lo mise in sospetto. Osservò il bollo: era di città; la data: quella dell'ultima impostazione. Doveva essere, senza dubbio, una lettera anonima, e diè un'alzata di spalle! Nelle noie, nei triboli della sua vita pubblica, erano queste le spine meno pungenti. Sorridendo stracciò la busta, e come aspettandosi una buffonata cominciò a leggere tranquillamente; ma poi, dopo le prime parole, trasalì, oscurandosi in viso:

«Signor conte!

«Se non siete un vile, se vi sta a cuore l'onor vostro e quello della vostra famiglia, oggi alle due dovete recarvi in persona a fare una visita al vostro amico, il marchese Giacomo di Vharè. Chi ve ne consiglia, sappiatelo, è la Giustizia di Dio!»

—Ah, no, no, no!… Questo è un tiro di quel farabutto del Frascolini!—esclamò Giorgio calmato il primo impeto, e si strinse nelle spalle e stracciò la lettera.—Un uomo onesto, un uomo che si rispetta, non tiene nessun calcolo delle lettere anonime—pensava fra sè. Certo; doveva averla scritta il Frascolini, per vendicarsi d'essere stato messo alla porta!… Canaglia, buffone!… «Andate alle due dal vostro amico, il marchese Giacomo di Vharè, se vi sta a cuore l'onor vostro e quello della vostra famiglia!…»—Ha proprio trovato, l'imbecille, chi ci casca nella rete. Ma… con che scopo mi scrive così? Anche ammesso che io fossi tanto gonzo, una volta che ci andassi, che cosa avrebbe ottenuto?…—Così, a poco a poco, senza accorgersene, cominciò ad essere inquieto. Di sua moglie era sicuro; per altro, con quella lettera, si voleva alludere a lei. Ripetè seco stesso che sarebbe stato un vile, peggio del Frascolini, se avesse dubitato di sua moglie, per una lettera anonima. Di sua moglie era sicuro, non arrivava nemmeno a concepire un dubbio così mostruoso; ma, ad ogni modo, perchè si scrivesse a lui in quella forma, perchè lo si volesse fare andar lui, quel giorno, dal Vharè, chi scriveva doveva aver preso un qualche equivoco.—Giorgio era sicuro di Lalla, tuttavia lo turbava quel nome del Vharè, messo lì per eccitare la sua gelosia. Perchè avevano scelto il Vharè?… proprio il Vharè? Dunque si era detto in giro che costui faceva la corte a sua moglie?… In conclusione, quella lettera cominciava a fare il suo effetto, e già egli voleva accertarsi che era una menzogna, che era una calunnia infame; e pensò ad una scusa, ad un pretesto per poter andare dal marchese. Perchè ci voleva un pretesto. Se il Vharè avesse indovinato qualche cosa, egli avrebbe fatto una figura ridicola. Ma infine, non andarci e tenersi addosso quella febbre?… Se la lettera avesse accusata apertamente Lalla, forse lo avrebbe meno inquietato; ma quella forma sibillina, quel reciso consiglio di andare dal Vharè alle due proprio alle due?… Che scopo ci doveva essere per mandarlo là a quell'ora? Non avrebbero potuto inventare qualche cosa di meglio? Un ordito più ingegnoso e che non si potesse così subito mettere in chiaro?… E Giorgio, attratto da una forza che vinceva ogni ragionamento, persuaso che non avrebbe dovuto essere così debole, sicuro che commetteva quasi una bassezza, ma pur tuttavia volendo fare ciò che gli avrebbe ridata la pace e la quiete, anche a costo di esser lui più tardi il primo a ridere di sè stesso, volle vedere, verificare, toccare con mano che quella lettera era stata scritta da un bugiardo, infame, e per di più da uno sciocco: bugiardo, perchè mentiva; infame perchè calunniava sotto l'anonimo, e sciocco perchè non aveva saputo immaginare una falsità più verosimile.—E se lo scopo dell'anonimo fosse quello soltanto di burlarsi di lui per ridere alle sue spalle?…—Un tal pensiero lo trattenne a mezza strada… e lo fermò appunto, sotto la chiesa. Era inquieto, titubante e anche un po' si vergognava di sè stesso, perchè infine, il fatto di fermarsi a spiare era un'azionaccia indegna.—Ma dopo, sarebbe stato così tranquilla, così felice!

Era lì da qualche tempo e aspettava, e non vedendo alcuno nè entrare nè uscire, persuaso e convinto di aver avuto torto a muoversi, stava per andar via, quando si affacciò sotto la porta, dove il suo occhio era sempre fisso, il marchese di Vharè. Giacomo uscì, venne verso la chiesa tenendosi sul marciapiede opposto, e tirò diritto senza guardare nemmeno dalla parte dov'era il conte Della Valle.

Ma il cuore?… il presentimento?… il Vharè passava diritto e sicuro; eppure a Giorgio sembrò di notare in lui qualche cosa di strano, di irresoluto, qualche cosa che non era naturale; e invece di andarsene, rimase fermo, guardando fisso quella porta che pareva volesse bruciare cogli occhi.