Su, intanto, in casa del Vharè, Maria e Lalla erano in un tormento di disperazione. Lalla inginocchiata, piangeva sempre, nascondendo la faccia nelle vesti di sua madre che, rigida e stecchita, nascosta dietro la tendina, non respirava, non viveva altro che per gli occhi, intenti in quell'uomo, sempre immobile laggiù, fra le colonne della chiesa.

Era stata lei che aveva consigliato al Vharè di uscire. In mezzo allo sgomento di tutti, lei, lei sola, per amore di sua figlia, conservava ancora un po' di coraggio, un po' di fermezza.

—Signor Vharè… provi ad uscire—gli aveva detto:—e qualunque cosa accada, per ora, non ritorni più qui. Chi sa, vedendolo andar via solo, non vedendo più nessuno, chi sa ch'egli non possa calmarsi e credere di essere stato ingannato.

Il Vharè non rispose una parola. Non ebbe il coraggio nemmeno di alzare gli occhi; ma con una obbedienza passiva e rispettosa, fece quanto gli veniva imposto. La duchessa Maria, pallidissima e anelante, tornò a guardare fissa dalla finestra.

Lalla era tramortita e si vedeva perduta da un momento all'altro, e perciò, per lo spavento che le legava il cuore, sentiva un gran conforto dalla presenza di sua madre. Le stava vicina piangendo, inginocchiata e tenendosi colle mani stretta alle vesti di Maria.

—È andato?… Se ne va?… Si muove?…—chiese poi a sua madre, con un fil di voce, senza osare di alzarsi a guardar lei dalla finestra, quando le sembrò che il Vharè dovesse ormai essere passato dalla chiesa, ed anche scomparso dalla strada.

—No!—rispose Maria colla disperazione sorda di chi ha perduta anche l'ultima speranza.

—Dio, Dio mio!—balbettò Lalla, torcendosi le mani con un altro scoppio di pianto dirotto,—Dio! Dio mio!… Che cosa fa fare la passione! Tu non sai, mamma; tu non sai!

—Io non so?… Io?…—Maria, a tali parole, si sentì scuotere tutta, si sentì vacillare come se una mano invisibile l'avesse percossa sulla faccia, e le sembrò allora, in quel momento, che tutta la storia della sua vita così addolorata, le si sollevasse viva dinanzi. Anche Maria aveva la febbre, anche Maria delirava. Le più forti commozioni, mille opposti sentimenti si affollavano, si confondevano in lei; e mentre rimaneva immobile, palpitante per il disonore, per l'infamia che minacciava sua figlia, già l'audacia di un sacrificio ch'ella aveva appena intravveduto, ma che sentiva pure di dover accettare ad ogni costo, perchè sola poteva salvare sua figlia, le sgominava la coscienza, le straziava l'anima. Era un sacrificio supremo e terribile, era lo schianto di tutto il suo cuore, era la sua ultima speranza perduta, la sua ultima illusione svanita; era l'orgoglio, era il santo pudore della donna che in lei rimaneva mortalmente offeso, era Giorgio, Giorgio che l'avrebbe derisa, disprezzata, maledetta!… Era l'urto dei due sentimenti più forti della sua vita che s'incontravano, che davan di cozzo fra di loro per abbatterla, per ucciderla.

—Io non la conosco la passione?… Io non la conosco?… T'inganni, sai, Lalla… Son vent'anni che la conosco, è da vent'anni che mi tenta, è da vent'anni che mi fa piangere, che mi fa soffrire, che mi strazia, ed oggi… oggi, sì, ha vinto lei; però è riuscita ad uccidermi, ma non è riuscita a perdermi,—Io non la conosco la passione?… E sei tu, tu, che inginocchiata, fra le lacrime ed i rimorsi, non trovi altra difesa alla tua colpa che in un insulto al mio dolore. Ma sai che io ebbi il coraggio di fuggirlo l'uomo che amavo, e che colle mie stesse mani ho voluto e ho saputo cancellare dal suo cuore ogni memoria, ogni ricordo mio? E sai tu quando, dopo averlo pianto con tutte le mie lacrime per anni ed anni, senza averlo potuto mai dimenticare nemmeno per un giorno, nemmeno per un'ora, sai tu quando l'ho riveduto?… Quando venne a chiedermi in moglie mia figlia!… Ed io mia figlia gliel'ho data in moglie, e lo amavo, sai, Lalla, e lo amo; tanto è vero che muoio!…