Come si era mutata in poco tempo!… Giorgio, consolato, credeva di dover tutta quella trasformazione alla donna che diventava madre. Lalla non era più frivola, non era più permalosa, ma era triste spesso e malinconica, era diventata una donnina raccolta e pensierosa.

Il segreto di simile cambiamento era… era l'amore: Lalla cominciava ad amare e si sentiva infelice. Cominciava ad amare suo marito come non lo aveva amato mai; come, così, non aveva mai amato nemmeno quell'altro: cominciava adesso ad amare per la prima volta. Ma Lalla, a cui tutto pareva sorridere, Lalla, che si sarebbe creduto avesse tanta e così sconfinata felicità d'intorno quanto ha la rondine d'aria e di cielo, era invece infelicissima. A mano a mano che il suo cuore cominciava e vivere, a battere, il suo cuore sentiva più fiera, più acuta la voce interna del rimorso, e allora il sacrificio quasi disumano di sua madre le pesava più della colpa. Subiva strazi e punture atroci, tanto che un giorno, in preda ad una convulsione disperata, pensò di buttarsi ginocchioni dinanzi a suo marito, pensò di svelargli, di confessargli tutto; poi non ebbe il coraggio di farlo, non già che si sentisse vile, ma perchè, dopo, egli non l'avrebbe più amata. E Lalla, a costo di perdere la pace per sempre, a costo di soffrire per sempre l'affanno per quel rimorso, a costo di finire dannata, non voleva perdere, non voleva, non poteva rinunziare all'amore di Giorgio.

La sua mente, il suo spirito, erano in continua agitazione, in continuo tormento. Tra le sue angosce c'era anche la ripugnanza ch'ella sentiva adesso per il Vharè, una ripugnanza strana e dolorosa, che alle volte rivolgeva contro sè stessa, perchè le pareva di sentirsi tutto il corpo insudiciato da quella colpa. Allora non era più antipatia, non era più ripulsione che il Vharè destava in lei; ma lo odiava coll'odio quasi feroce della donna disamorata che ha ceduto in un momento di debolezza o di abbandono dei sensi.

Ogni volta che suo marito, accarezzandola, alludeva alla propria contentezza, alle intime gioie che gli risvegliava nel cuore quella creaturina non ancora nata, ma già tanto viva al suo affetto, sembrava a Lalla di vedere il Vharè mettersi fra di loro come un fantasma, per mutare in uno spasimo di rimorso la cara voluttà delle più dolci carezze. Lalla non poteva mai essere sola con Giorgio; l'immagine del Vharè non la lasciava un istante!… Allora, per fuggirla, per cancellarla, sentiva il bisogno di stordirsi e di nascondersi in mezzo a tutti i suoi cari; ma anche lì era aspettata e tormentata da nuovi dolori. Giorgio credeva sua madre colpevole, colpevole del suo proprio delitto!… Egli voleva, tentava di nascondere in fondo all'anima l'odioso segreto, ma come nel suo contegno, ed anche nella sua rispettosa tenerezza verso la mamma, come si era fatto diverso! E come, per quanto si sforzassero di dissimulare, era tutto ciò indovinato e sentito nello stesso tempo, da tutte e due!… Giorgio per di più, in quell'inganno così perfido nel quale era stato avvolto, non dubitava nemmanco che Maria sapesse com'egli l'aveva veduta uscire dalla casa del Vharè, e, perciò, non la supponeva attenta ad ogni sua parola, ad ogni suo atto, nè immaginava punto che una sola risposta data di malumore potesse inasprire la ferita profonda.

Lalla cercava sempre di attenuare l'insulto di quella freddezza; ma, senza volerlo, non riusciva ad altro che a renderla più evidente. Il suo dovere, lo sapeva, sarebbe stato quello di gridare a Giorgio:—Mia madre è innocente, mia madre è una santa!… Io, io sola, sono colpevole; mia madre si è sacrificata per me, per salvarmi!—Ma, allora, come la mamma sarebbe apparsa grande e splendida e bella agli occhi di Giorgio e come lei sarebbe caduta giù giù, in basso, nel fango! E a questi pensieri, fra il rimorso, il dolore, il pentimento, sentiva pure la gelosia acuta che le penetrava nell'anima contro quella virtù tanto sublime, contro quell'amore tanto grande!… Lalla era combattuta da mille opposti sentimenti, e forse da quella lotta, da quell'urto medesimo, erano uscite le prime scintille del nuovo incendio.—No, no; Giorgio era suo; alla mamma avrebbe ceduto, in compenso, la sua parte di Paradiso, ma suo marito no; suo marito non doveva amare altri che lei, solamente lei!—E impaurita, pregava Dio perchè confortasse la mamma e le infondesse nuovo coraggio, e la sua preghiera le usciva dal cuore calda, sentita, appassionata. Era sicura che sua madre non l'avrebbe tradita, che sarebbe morta senza dire una parola, senza mai un lamento, e nel disordine dei suoi pensieri e dei suoi affetti, di contro agl'impeti della gelosia, le prorompeva dal cuore la gratitudine più viva per la mamma buona che si sacrificava per lei, che le aveva conservato l'amore e la stima di Giorgio!…

No, no, la mamma moriva, ma rimaneva forte e muta, e nella santa poesia della fede credeva non solo di aver salvato la figliuola sua, ma di averla redenta, e ciò la consolava nella rovina, nella disfatta del cuore. Maria aveva perduta anche l'ultima e la sua più dolce speranza: quella di lasciare a Giorgio una memoria cara di sè: egli l'avrebbe maledetta, l'avrebbe ricordata con orrore, si sarebbe fatto cupo ogni qualvolta avesse udito pronunciare il suo nome: eppure Maria era tanto e ancora e così supremamente madre, da tremare che Lalla in avvenire potesse mai scoprirsi con Giorgio, forse vinta, forse tradita da un impeto di dolore o di rimorso o di amore.

Il male, intanto, cresceva rapidamente; ma la febbre che la teneva in vita, la rendeva più colorita e più bella. Certo, ogni volta ch'ella incontrava Giorgio e leggeva il disprezzo ne' suoi occhi, era per la poveretta un urto violento che la spingeva più presto verso la fine; certo, notando come Giorgio cercava di allontanare Lalla da lei, e notando come diventava pallido e cupo quando vedeva sua moglie—il suo amore, la sua donnina cara, idolatrata—a darle un bacio od a farle una carezza, quasi temendo ne dovesse rimanere offeso l'ingenuo candore, certo Maria sentiva allora che quel suo amato era lui, lui stesso che la uccideva!… Era uno stato di cose che non poteva durare; era troppo penoso; e tutti e tre, ma per vie diverse, e non sapendo nulla l'uno dell'altro, pensavano ad un modo qualunque di poterne uscire.

Un giorno, Prospero Anatolio fece la proposta di andare a Palermo tutti insieme: Maria, Lalla, Giorgio e la Giulia. Egli vi si doveva recar con sua moglie, per l'eredità dello zio, che vi avevano da raccogliere, ed era una bella occasione per visitare la Sicilia. Un viaggetto di un paio di mesi in quella stagione e colla Giulia in compagnia, sarebbe stato piacevolissimo!

Ma Giorgio, udite appena le parole dello suocero, guardò Lalla facendole segno di no; e l'atto fu notato anche dalla duchessa Maria. Maria, subito, non potè nemmeno parlare, ma appena vinta la commozione si oppose alla partenza con straordinaria vivacità.—Quel viaggio—disse a Prospero Anatolio—lo dovevano fare loro due soli e in fretta, perchè lei non desiderava di rimanere molto tempo fuori di Borghignano; e poi doveva essere un viaggio d'affari e non una gita di piacere, anche per un riguardo al loro lutto. Aggiunse di più che stava sempre poco bene, che capiva di non poter essere una piacevole compagna, e che lei stessa ormai si trovava meglio quando era sola.—Erano tutte scuse di nessun peso, ma la duchessa le espresse con un tono così risoluto, con una concitazione così precipitata, che nessuno osò contraddirla… e Prospero Anatolio meno degli altri. In tanti anni di matrimonio, sua moglie non gli aveva mai espressa la propria volontà in un modo così fermo altro che una sol volta—e c'era passato molto tempo—quando all'epoca della de Haute-Cour aveva voluto dividersi e ritirarsi a Santo Fiore. Al duca Prospero, anche adesso, sembrò di vedere sotto quell'ostinazione qualche cosa di simile e dubitò che Maria avesse indovinato le sue platoniche tenerezze verso la Giulia; però, subito, non disse verbo, sorridendo anzi per quel capriccetto della moglie, ma poi facendole subire, quando furono soli, tutto il peso del suo umore più nero.

Giorgio, da parte sua, che non poteva più vedersi a Borghignano, pensò di approfittare di quella partenza dei d'Eleda per portarsi via la sua Lalla e andarsene un po' soli a vivere in quiete. Egli cercò e prese in affitto un villino sulla riviera Ligure, vicino a Nervi, che sua moglie, un'altra volta che vi erano stati, avea trovato amenissimo; ma per non doversi sopportare il peso della Giulia lasciarono credere di voler fare una corsa fino a Parigi e a Londra, e perciò il Conte da Castiglione era rimasta come disperato alla notizia della doppia partenza.—Sono diventati matti, sono diventati!—andava brontolando al club e al caffè, dove, per tante novità, si era diffusa una certa agitazione. Ma la sua bizza proveniva da ciò: partiti i d'Eleda e i Della Valle a chi avrebbe affidata la Giulia? Non c'era una ragione per tenerla a Borghignano; non avrebbe certo potuto mandarla sola a Firenze, e in quanto a lui—cascasse il mondo, cascasse, non si sarebbe allontanato dalla Soleil finchè non… finchè non fosse riuscito nel suo capriccio… o, come diceva Pier Luigi nel suo linguaggio figurato—finchè non avesse attraversata la Manica!…—Navigazione che pareva molto difficile e in cui non era certo piacevole il tirarsi dietro una pupilla.