Che cosa fare?… il conte da Castiglione, rabbioso, bisbetico sfogava il suo malumore su Prospero Anatolio, che lo accarezzava e lo lisciava, e fu Prospero medesimo, alla fine, che, dopo essersi dato d'attorno per la grave faccenda, riuscì ad allogare la Giulia dalla Bertù e dalla Calandrà, che si erano risolte a prendere in affitto un casinetto di campagna e che in quelle pene e intente sempre a cavar cinque denari da un quattrino, accolsero la Giulia a braccia aperte. Infatti avrebbero risparmiato un terzo di spesa, e tutto quello che mancava per mettere in ordine il villino sarebbe stato prestato graziosamente dal duca d'Eleda.—Molto gentile il caro duca: volle pensar lui anche alla cantina; volle mandar lui anche il suo giardiniere coi fiori più belli e più rari!
Se la Desirée Soleil continuava ancora ad ostinarsi sul no, il conte Pier Luigi finiva matto come il principe russo. La passione amorosa del vecchio libertino non era paziente come quella del duca Prospero, ma era quasi feroce. Non gli lasciava nè tempo, nè lena di pensare ad altro, lo occupava interamente, irritandolo e facendolo soffrire. A vederlo, adesso, sempre rosso invasato, col naso paonazzo, gli occhietti spelati, lustri lustri e lacrimosi, metteva ribrezzo. Ma non c'era verso: la Desirée non voleva saperne di lui; prima di tutto perchè amava il suo Giacomo alla follia e gli voleva essere fedele, e poi perchè quel vecchiaccio le ripugnava, le faceva orrore, e glielo mandò a dir dalla sarta che le offriva a nome del signor conte grosse somme di denaro per un giorno, per una notte, per un'ora soltanto. Gli mandò a dire, chiaro e netto, che non avrebbe voluta essere toccata da lui, nemmeno con un dito, per tutto l'oro del mondo!… E gli mandò a dire, di più, che se anche fosse stato bello come un amorino, quel no sarebbe stato egualmente inflessibile. Essa amava il marchese di Vharè ed era sua, tutta sua, solamente sua, anima e corpo!
Era la prima volta che il conte Pier Luigi non poteva soddisfare un suo capriccio; era la prima volta che la sua passione si trovava di contro ad un ostacolo insormontabile. Egli così ricco, così prodigo, non poteva averla quella donna!… quella donna, che tutte le notti dormiva col suo amante!… Fosse stata casta, onesta, gli sarebbe stata forse indifferente; ma ciò che lo invogliava, che lo accendeva di più, era il vizio che si rifiutava al suo vizio.
Tutto il giorno era sempre a macchinare della diva colla sarta: una buona signora non più giovane, magra, pulitissima, che aveva sempre l'onore di servire le artiste drammatiche, le cantanti, le ballerine e le cavallerizze che capitavano sulla piazza, accomodando i vestiti per la scena, stirando la biancheria, portando, all'occorrenza, anche qualche monile al Pietoso e non rifiutandosi a nessun servizio, anche più delicato, pur di guadagnarsi tanto, diceva lei, da campare onestamente.
Da questa brava signora, il conte Pier Luigi era riuscito una volta a poter avere un abito molto usato della Desirée. Lo aveva fatto portare a casa, lo aveva fatto portare su, segretamente, in camera sua, e vi si era rinchiuso dentro solo soletto… Aveva cominciato a toccarlo, a svolgerlo colle mani tremanti… poi a stringerlo, a baciarlo, a brancicarlo pazzamente, ed a morderlo, e stracciarlo, tormentato ed ubbriacato dalle forme belle della donna che lasciava scorgere e dall'odore di cui era tutto impregnato.
L'Andreina sapeva poi dalla sua sarta tutte queste pazzie e ne rideva di gusto ripetendole a Giacomo, lusingata nella sua vanità di donna per quei desideri sfrenati, per quei tormenti che eccitava la sua bellezza, e indovinando che sarebbe stata ancora più bramata dal suo amante per le grandi follìe che suscitava.
Ma Giacomo ascoltava assai distrattamente le prodezze del vecchio frollo, e non lo mettevano più di buon umore. Ogni giorno che passava era un passo verso la rovina e il disonore! Era arrivato al punto da non sapere più dove dar la testa. Certe volte, non aveva in casa da prendersi i sigari, e doveva sfogarsi a tutto pasto colle sigarette turche del pascià! L'amor proprio il punto d'onore, la delicatezza, tutto ciò il marchese Giacomo aveva consumato da un pezzo, e di giorno in giorno diventava anche permaloso: faceva colazione, pranzava dall'Andreina e in cambio le mandava mazzi di fiori che prendeva senza pagare da una povera fioraia che gli teneva il credito aperto pel solo timore che, disgustandolo, allontanasse gli altri avventori.
Della scena successa in casa sua, quando Maria era capitata a sorprendervi Lalla, il Vharè non conosceva la fine. La contessa Della Valle non si era fatta più viva, ed egli avea creduto prudente di non andarla a cercare. Soltanto il suo servitore, quel povero vecchio che ad ogni costo—a costo anche di patir la fame—non aveva voluto abbandonare il signor marchese, gli aveva riferito che la prima a discendere e ad uscire era stata la signora duchessa, e poi la contessa Lalla, quasi subito.
Indovinava da tutto ciò, e dal contegno tranquillo del Della Valle, che la tempesta era stata scongiurata, ma non sapeva come, e non si affannava per ottenere la chiave del mistero. Aveva ben altro da pensare, povero Vharè! Capiva ormai che non gli restavano altro che due vie da scegliere; o fuggire, o ammazzarsi. Veramente, ce ne sarebbe stata forse anche una terza… da galantuomo almeno, se non da gentiluomo: lavorare. Ma a questa il Vharè non aveva pensato. Dunque, fuggire. Ma dove fuggire?… Come?…—Ammazzarsi?… Sì; non gli restava che ammazzarsi, e non era molto per stare allegro.
Intanto, verso la metà di aprile, il palazzo d'Eleda e la casa Della Valle, si chiudevano contemporaneamente, e alla stessa ora e colla medesima corsa, Maria e Prospero, e Lalla e Giorgio, partivano tutti insieme, diretti a Genova: a Genova poi dovevano separarsi, gli uni per andare a Nervi, gli altri per andare a Palermo.