Poco dopo la porta si aprì e Andreina, tutta imbacuccata, ne uscì lesta e saltò nel brum. La buona signora le tenne dietro, chiuse lo sportello e il brum ripartì com'era venuto.

Il Vharè, nel frattempo, era giunto a casa sua, si era levato l'abito, e così in maniche di camicia, camminava su e giù nella camera spoglia di quadri e quasi anche di mobili; e continuò a passeggiare per un pezzo, poi, di colpo, si buttò sul letto ancora mezzo vestito, spense il lume, ma non potè addormentarsi.

Si vedeva ammanettato fra due guardie di questura, con la tuba pesta, con le scarpe rotte, e con i monelli che gli correvano dietro urlando e fischiando… L'immagine era così viva, così spaventosa, che più a lungo non la potè sopportare. Si alzò di botto, riaccese il lume e caricò un revolver che teneva in una busta, appeso a capo del letto, deliberato di uccidersi e finirla. Ma il marchese di Vharè, che in dieci duelli aveva sfidata la morte baldo e insolente, in mezzo alla verzura d'un prato, o nel risonante frastuono d'una sala d'armi, lì solo, in quella camera muta e fredda, ebbe paura. La morte non avea più nulla di grande, di attraente; non gli appariva più come un fantasma luminoso che predilige gli eroi, ma gli stava dinanzi lercia ed esosa, colla faccia arcigna di un usuraio, che mette il sequestro sull'esistenza.

Sentiva ribrezzo di morire a quel modo.—E se il colpo falliva?… Se non riusciva ad ammazzarsi del tutto?… Eppure, bisognava farsi coraggio e finirla.—Allora ricordò che in un armadio aveva ancora una mezza bottiglia di cognac; la cercò, la trovò e l'ingollò in una sola tirata; ma nemmeno il cognac riusciva ad ubriacarlo, a stordirlo. Solamente si sentiva dentro, nello stomaco, un gran calore, un gran fuoco. Spalancò la finestra e si appoggiò sul davanzale per respirare un po' meglio; gli pareva di soffocare!…

L'alba sorgeva appena: la luce che stenebrava il silenzio profondo della strada, tutta chiusa e deserta, gli metteva addosso uno sgomento indefinibile; e a mano a mano che i profili delle case si disegnavano più nettamente e le colonne della chiesa lontana uscivano alla luce, egli provava un grande affanno. Sentiva paura di quel giorno inesorabile e spietato che incominciava, e avrebbe voluto ancora un'ora di tenebre per avere un'altra ora di quiete.

Sentì un brivido acuto. Anche quella strada così vuota, con tutte le porte, con tutte le imposte chiuse, gli faceva risentire, come la sua camera, l'impressione della tomba, e stava già per richiudere la finestra, quando fu scosso da un rumore sordo, da un mormorio di voci, che si avvicinava… Erano i soldati che partivano per le manovre. Cominciava a vederli bene… Cantavano.—Che cosa cantavano?…—Aveva udita ancora quella canzone… Ah sì; adesso se ne ricordava! Era la canzone dei volontarii…

Addio, mia bella, addio,
L'armata se ne va.
Se non partissi anch'io
Sarebbe una viltà.

—Maledetti, come stonano!—brontolò il Vharè che aveva ancora l'orecchio assai delicato. Ma poi, quasi subito, non badò più alle stonature. I soldati sfilavano lieti e baldi, animando la contrada colle loro voci, coi loro canti, col tran tran misurato della marcia, con un fracasso pieno di vita.

Allora corse a ritroso, col pensiero, in tutti gli anni che aveva sciupati, e pensò che lui pure, se avesse voluto, avrebbe potuto diventare qualche cosa… Un prefetto, un diplomatico, almeno un deputato!….—Se fosse entrato nell'esercito, a quell'ora avrebbe potuto essere maggiore… colonnello e forse, chi sa, anche generale, e comandar lui tutta quella gente!…

Il primo battaglione era già passato sotto le sue finestre, adesso ne passava un altro. I soldati, vedendo il Vharè alla finestra, mezzo svestito, alzavano il capo guardandolo, mentre ripetevano il ritornello: