—Riparte così subito, signor conte?—gli gridò dietro la Luigia.

—Sì.

—Non vuol vedere la signora duchessa?… Sta molto male, signor conte!… Da due giorni non si alza più dal letto.

Giorgio fissò la Luigia, che abbassò il capo e si mise a piangere; ma tuttavia egli non si fermò a Santo Fiore.

Ritornando a Borghignano era affranto, avea il cuore spezzato; eppure si sentiva più calmo. Maria stava male! Questo nuovo dolore, al quale poteva abbandonarsi senza rimorso, senza vergogna e senza collera, penetrava come un'aura di pace nella sua anima sconvolta.

XXXIV.

Erano trascorsi due mesi dalla morte di Lalla, quando una sera a Santo Fiore tutte le campane del piccolo villaggio sonavano lentamente e lugubremente. Da vari giorni venivano innalzate al cielo pubbliche preci con un fervore sincero, che vinceva l'uniformità fredda e convenzionale delle pompe solenni, ma tutto inutilmente:—la duchessa Maria peggiorava, peggiorava sempre! Era giunta all'agonia. Dio voleva richiamare quella sua martire, e non ascoltava più altro, oramai, che una preghiera fioca e debole, che gli domandava la pace e che saliva fino a Lui non confusa dal frastuono del tempio, ma solitaria, da un letto di dolore.

Imbruniva appena: dai cancelli spalancati del palazzo entrò un gran carrozzone chiuso e nero, come un carro mortuario, e ne discese il conte Della Valle curvo, scarno, coi capelli quasi bianchi: in due mesi era invecchiato di dieci anni. Nella prima sala a terreno fu incontrato dal duca Prospero, anche lui dimesso e colla faccia sbattuta, che lo abbracciò singhiozzando.

—Tutt'e due!… Tutt'e due, in così poco tempo! È troppo!… È troppo!

Giorgio lo guardò colla faccia istupidita, senza dire una parola.