—No, signor conte. La signora duchessa è uscita a cavallo.

—Sola?—domandò meravigliato.

—Sola, con Lorenzo.

—Esce di frequente la mattina?

—Quasi sempre, ma molto più tardi.

—Uhm!… poteva almeno fermarsi per salutarmi,—pensò Giorgio tra sè; e montò in carrozza, accomiatandosi più annoiato che dolente da Santo Fiore.

Appena chiuso nel suo coupé, dove per fortuna si trovò solo, accese una spagnoletta, e, quando il convoglio partì, abbassò i cristalli, aspirò con voluttà l'aria fresca balsamica del mattino, ammirando le praterie verdissime, che passando dinanzi ai suoi occhi parevano descrivere dei semicerchi.

—Oh, bella! guarda la duchessa!—esclamò a un tratto levandosi e sventolando il fazzoletto fuori dal carrozzone.

—To', to', to', il Vharè è con lei?… solo?… A quest'ora? ma dove diamine hanno lasciato Lorenzo?—e il giovane rimase meravigliato di quell'incidente persuadendosi a dispetto del suo ottimismo che l'intimità di Maria col marchese era, per lo meno, eccessiva.

Infatti, sopra un poggio, dietro un filare di platani. Maria e il Vharè, a cavallo, aspettavano il paesaggio del treno. Pareva che là a cavallo tutti e due, tutti e due soli, in quell'ora mattutina si fossero dati una posta; ma invece il loro incontro non era che l'opera innocente del caso.