Fu Prospero Anatolio che ne scrisse alla moglie, contentissimo in cuor suo che un tale incidente la allontanasse da Giorgio. Il marito era sempre sicuro, ma così si sentiva ancor più tranquillo.
Per altro, anche separato da tanti e insormontabili ostacoli, il cuore di Maria era sempre vicino al giovane amato. Il suo era l'affetto di amante e di madre, un affetto che doveva proteggerla nella vita come la preghiera di un angelo.
Tutte le sere Maria aveva un'ora di felicità quando, chiusa nella sua cameretta, leggeva e rileggeva tutti i giornali che parlavano del conte Della Valle, che ne lodavano l'ingegno e il carattere, e se di tutto ciò insuperbiva il sentimento della donna, vedendolo così assorto nel lavoro e nell'affetto del paese, sperava senza confessarlo a sè stessa, sperava la povera gelosa, che non un'altra donna, ma la patria, la patria sola, avrebbe riempito tutto il suo cuore… e allora, dopo tanti dolori e tanto ritegno, finalmente dava l'aire ai pensieri, che, liberi, volavano al suo ideale dorato.
Il conte Della Valle, d'animo forte e coraggioso, ripudiato l'egoismo istintivo, gretto, pauroso della sua casta, si affermava da uomo, com'era stato da giovane, sinceramente liberale.
Non voleva sapere di pregiudizi, di privilegi e di clericaglia più o meno moderata, e aveva scritto nel cuore Roma o morte!… sante parole, ch'egli ricordava più tardi come un conforto, quando faceva molta poesia anche a proposito dell'Italia irredenta.
Insomma Giorgio Della Valle era un rosso; nome col quale si distinguevano allora tutti coloro che più tardi vennero detti radicali; e Maria, sebbene cresciuta in un ambiente tutt'altro che rivoluzionario (anzi la bella duchessa era stata fin allora un po' codina…), a poco a poco, in quelle sere, diventava una rossa anche lei…
XII.
Sédan s'era già resa; a Porta Pia era stata aperta la breccia; era caduto l'impero Napoleonico; era finito il potere temporale… e in tutta questo gran rumore di avvenimenti il duca d'Eleda aveva perduto la testa e l'equilibrio. Soffriva di vertigini e chiudeva gli occhi, come li chiude il fanciullo impaurito dal bagliore di un lampo, quasi aspettando, da un momento all'altro, il fulmine che doveva scoppiare. Così, a occhi chiusi, il deputato di Borghignano in ogni città vedea la Comune e, dietro le spalle, sentiva gli ultimi crociati discesi per la restaurazione del trono papale. Ma, come appunto quel fanciullo di prima, trovatosi illeso dopo lo scoppio, riapre gli occhi, si guarda intorno e respira confortato, così anche Prospero Anatolio, veduta passar la Comune senza trascinar l'Italia con sè e Vittorio Emanuele salire il Campidoglio senza che la cristianità valicasse le Alpi, pur sempre maledicendo, in pubblico, al partito d'azione, si persuase, in cuor suo, come i clericali potessero vivere ancora e meglio in Italia, che in un altro paese, e non solo vivere, ma chi sa, governare… un dì o l'altro.
Passato dunque il periodo più minaccioso, nel suo animo tornarono a galla le personali aspirazioni e ritornò alla Camera col proposito di nuove audacie. Protestò contro i fatti compiuti; ma poi, quando l'arcivescovo di Borghignano volle ch'egli desse un salutare esempio col rassegnare il mandato, il duca d'Eleda, benchè duca, fece orecchie da mercante, ripetendo il ritornello!.—Bisogna restare sulla breccia, bisogna sacrificarsi alla causa.—Rimase, e fu l'Orlando delle guarentigie. Per un momento, allora, egli ritornò in auge, e un'altra volta ebbe le sue giornate, se non di gloria, almeno di notorietà e nelle elezioni generali la candidatura del vecchio deputato di Borghignano, sostenuta dai neri del vescovado e dell'aristocrazia, trionfò di tutti gli altri colori.
Il 27 novembre 1871 il re d'Italia inaugurava in Roma il Parlamento, e a Roma Prospero Anatolio, che aveva giurato con restrizioni mentali, trovò buon terreno per i suoi cavoli.