Lalla ritornava allora da un pellegrinaggio alla Madonna di Valsanta, quattro ore di strada a piedi, impiegate nel recitar rosari e litanie. La duchessina, creata priora della Scuola Cristiana di Santo Fiore, aveva ordinato, col mezzo di don Vincenzo, quel devoto pellegrinaggio.

Vi avevano preso parte tutte le maestre, tutte le alunne della Scuola, capitanate dalla signora Sindachessa, e soltanto la bella Ottavia non vi era intervenuta. Ma Lalla, da qualche tempo, si prendeva un po' troppo il divertimento di farla arrabbiare, non parlandole mai, non salutandola nemmeno, mentre invece era piena di gentilezze per la signora Veronica; e perciò, non volendo ammalarsi di fegato, nè contribuire alla gioia della rivale, la bella bionda si sfogava con un'alzata di spalle, e schivava le occasioni di trovarsi insieme.

Digiuni, novene e tridui, alla cui spesa avrebbe supplito Lalla colla sua cassetta privata, avevano preceduto il pellegrinaggio. Lalla, miss Dill, don Vincenzo intonavano le orazioni, ripetute dal coro, che cangiava ciliege e parole. Nè in quella processione mancavano le belle ragazzotte, ragion per cui agli svolti delle viuzze, o vicino ai tabernacoli, c'erano appostati gli zerbinotti, che seguivano da lungi la brigatella, sfidando le occhiatacce irose della signora Veronica, che si voltava indietro borbottando inviperita, coll'autorità del sindaco suo consorte, che ella sentiva di rappresentare.

Anche la duchessina era severissima, in fatto di morale e, per un nonnulla, faceva cancellare le giovani dal registro della Scuola Cristiana; ma, per debito di giustizia bisogna anche aggiungere che sapeva dare il buon esempio. In fatti il giovane Frascolini avrebbe perduto subito tutta la protezione della fanciulla soltanto che si fosse lasciato vedere durante il pellegrinaggio. Lalla si era confessata, doveva comunicarsi a Valsanta, era pentita dei propri peccati, e coll'atto di contrizione faceva solenne promessa di non commetterne più… fino alla sera, alla sera di quel giorno medesimo in cui doveva trovarsi con Sandrino. E forse, appunto per questo dolce ritrovo, la signorina avrebbe rinunciato di gran cuore anche all'arrivo improvviso del babbo, ch'ella per altro spiegava a tutti quanti come un primo miracolo concessole dalla Madonna, che le mostrava in tal modo di aver molto gradito il pellegrinaggio a Valsanta.

E anche quel giorno essa abbracciò il suo caro papparino con grande effusione di tenerezza; e durante il pranzo fu amabilissima, e sostenne da sola, si può dire, tutta la conversazione. In fatti Maria si mostrava pensosa e triste e la miss s'era imbronciata col signor duca, perchè questi aveva dimenticato di complimentarla secondo il solito. Infelice miss Dill! Non sapeva che sorba l'aspettava alle frutta!… La notizia che due giorni dopo sarebbero partiti tutti per Borghignano!… Lalla, a quell'annunzio, non si ricordò del Frascolini, ma fuori di sè per la gioia di diventare cittadina, saltando e battendo le mani dall'allegrezza, volle buttarsi subito al collo del babbo. Maria ebbe ancora un sospiro profondo, sommesso, mentre miss Dill colla bocca aperta, impeciata di marenga al zabaione, lo sguardo esterrefatto, che facea ridere nella sua terribilità, diventava verde, gialla, livida, con un sobbalzo così forte di tutta la sua anatomia che pareva scricchiolasse.

XVI.

Dall'allegrezza dimostrata e sentita veramente da Lalla, non si deve credere che il capriccetto per Sandrino fosse svanito: tutt'altro; Lalla continuava anzi a scherzare con lui, ma tenendosi sempre a fior d'acqua, mentre il giovanotto c'era dentro fin sopra la testa. Per la signorina quella simpatia lì, era parte della sua vita di villa. Si godeva a tenerselo ben legato perchè Sandrino, libero, non ritornasse dall'Ottavia. Finchè c'era lei a Santo Fiore, sarebbe stato uno smacco troppo forte per il suo amor proprio, ma una volta partita gliene sarebbe importato ben poco di tutta la razza dei Frascolini!… Tant'è, capiva che così non la poteva durare, che non c'era da cavarne nessun costrutto, che una volta o l'altra bisognava pure finirla con quell'intrighetto sentimentale. Lalla voleva vivere, voleva suscitare passioni, voleva primeggiare nel bel mondo, e però s'era consolata all'annunzio della partenza, che mentre l'avrebbe portata in mezzo alla gente, le dava il bandolo per sciogliere quella matassa ormai, fra Sandro e lei, anche troppo imbrogliata.

Ben diversamente certo sentiva e fantasticava il sognatore romantico che aveva creduto, con tutta l'ingenuità de' suoi vent'anni, ai rossori, agli sguardi, ai teneri sorrisi della divina fanciulla; ma se Sandro era matto, peggio per lui. Sarebbe ritornato savio un giorno o l'altro, e intanto la divina che ci poteva fare? Era stata anche troppo buona da lasciarsi amare!…

Sandro era matto davvero; matto da legare. Egli non viveva che per la sua Lalla, non dormiva più, non mangiava più, non parlava più con nessuno. Camminava per la campagna i giorni interi, fabbricandosi castelli in aria per l'avvenire, e mandando intanto a gambe levate il suo stato presente. Si sentiva ammalato di spirito e infiacchito. Tremava del domani, ch'egli, a occhio nudo, spogliandolo degli smaglianti colori che gli prestava la sua fantasia, sentiva prepararsi ben triste; e allora, pauroso, si ingolfava tutto nell'oggi, e anche lì non c'era altro che una serie di dolori e di desideri, di smanie acute e insoddisfatte. Non lavorava più; fuggiva i compagni, le scampagnate festevoli e chiassose, delle quali un tempo era stato il capo più ameno. Divenuto superbo, lunatico, sospettoso, si era creato una infinità di inimicizie e di antipatie.

La vera cagione, per altro, del suo mutamento non l'aveva indovinata anima viva; neppure la Nena, che portava e riportava i libri da Sandro alla padroncina, senza mai sospettare che insieme coi libri ci fosse una corrispondenza secreta. La Sindachessa attribuiva quelle lune alla nausea del troppo mangiar di grasso; la Ottavia si dava a credere ch'egli la aveva lasciata perchè, come figlio del segretario comunale, non voleva inimicarsi colla moglie del sindaco; e l'organista, maestro di scuola, veterinario (e anche strozzino per meglio campar la vita) spiegava tutto col brutto viziaccio del giuoco, che, come una cancrena, divorava il giovane segretamente, tanto che più d'una volta aveva dovuto ricorrere a lui per aver quattrini.