Sandro, dinanzi a tanto tesoro, restava intontito, colla bocca aperta, e l'orologio da vendere in tasca. Non sapeva risolversi, e capiva di essere in una condizione molto ridicola. Ad ogni momento credeva di sentire dietro le spalle il riso schernitore della duchessina, mentre tutti gli orologi a pendolo, appesi all'intorno, coll'oscillar dei dondoli, che variavano dalle note acute, argentine, a quelle più gravi e profonde, gli mettevano il capogiro, e pareva lo deridessero, ripetendo il nome di Lalla in ogni tono, coi loro tic tac, lenti, misurati e monotoni.
Non c'era più scampo; la sua parte era proprio quella dell'Arlecchino finto principe! Faceva un viaggio per guadagnare trenta lire coll'orologio della sua povera mamma, e l'orologiaia, invece, gli offriva certi patek a precisione che ne valevano seicento!… Già, vedendolo così elegante, lo avevano preso per un riccone!… E intanto restava lì, impalato, senza dir nulla. Andar via?… Si fa presto; ma come andar via, se non sapeva trovare una scusa?… Poteva dire che gli orologi erano troppo cari. Eh, ma la signora ne aveva anche di minor prezzo. Provare con un'offerta impossibile?… E se poi era accettata?…
Finalmente, prese tutto il suo coraggio a due mani, e—questo mio—domandò, levando l'orologio dal taschino—quanto me lo valuterebbe?—Il tedesco staccandoglielo dalla catenella di similoro, si ficcò la lente in un occhio, lo aprì, e dopo averlo esaminato ben bene di dentro e di fuori, borbottò qualche parola colla moglie.
—Sa—rispose la signora a Sandrino, sporgendo i labbruzzi—è un'anticaglia. Ha difettoso lo scappamento; ci sarebbe bisogno di molte riparazioni e—aggiunse poi sorridendo—le converrebbe meglio di tenerlo in serbo per la prima cresima.—Sandro, che si era sentito agghiacciare, sorrise un poco anche lui, per darsi tono.
Nel frattempo, erano entrati in bottega due nuovi avventori. Ma non avevano fretta, aspettavano che il forestiere avesse conchiuso il suo affare, esaminando le mostre e occhieggiando la bella signora.
—Anche se non mi conviene, poco importa. Non so che farmene di ferravecchi, e per le cresime, a far buona figura, sa bene, oggimai, ci vuol roba nuova.
Marito e moglie si consultarono, guardandosi negli occhi, senza parlare.—Tutt'al più—disse lei—posso valutarlo trenta… trentadue lire; e faccio un affare assai magro.—Trentadue lire! E Sandrino che avea ripetuta mentalmente la somma, ebbe un sussulto di gioia: i libri della signorina non iscappavano più. Allora si fece animo. Già non poteva tirarla in lungo fino a sera: i quattrini c'erano e ne cresceva: tornava conto finirla.
—Facciamo così—concluse con la voce che un po' gli tremava:—intanto si tenga il mio: voglio liberarmene; coll'ordinario venturo poi, passerò con mio padre e allora, sentendo anche il suo parere, mi risolverò per l'uno o per l'altro di questi due.—E l'ingenuo ragazzo indicava un paio di remontoirs, dei più cari.
—Oh!—questa volta fu il tedesco a parlare—altra cosa fendere, altra cosa prender per cambio!—E marito e moglie, voltate le spalle a Sandro, presero a servire gli altri avventori, lasciandolo con un palmo di naso a contemplare il suo scaldaletto dimenticato sul tavolo, aperto e, per soprappiù, calunniato nello scappamento.
—Per finirla—conchiuse Sandrino, il quale, vedendo che non lo sbrigavano mai, cominciava a perdere colla pazienza anche un po' la soggezione—quanto mi dà, dunque, adesso?