Fenti lire, e foglio essere rincraziato.

—Bene, lo tenga.

Venti lire? Volevano strozzarlo; quest'era un rubare a man salva; ma al giovinotto, ancora digiuno, anche la fame gli diceva una parolina, poi non aveva più lena di andare avanti colla via crucis in un'altra bottega e in un'altra e in un'altra, col rischio magari, di non poterlo vendere neppure.—In tal caso, come se la sarebbe cavata? E a Santo Fiore, come ci sarebbe tornato?—L'orologiaio intanto, aveva borbottato di nuovo colla moglie, la quale, aperto un cassettino, buttò sul tavola due biglietti sudici da dieci lire.

Sandro li afferrò con orgasmo; poi, senza cavarsi il cappello, infilò diritto la porta; ma sentì richiamarsi.

—Quel giovane!… e la firma?

Sandro aprì tanto d'occhi, maravigliato; ma non c'era verso, dovette proprio scrivere nome e indirizzo sopra un apposito scartafaccio, mentre sentiva la bella signora spiegare agli altri, i quali comperavano un orologio davvero, come la faccenda del far apporre la firma fosse una prescrizione imposta dalla questura, per il caso che comperassero, senza saperlo, roba rubata. Sandrino sentì un gruppo alla gola, e scappò via per non piangere:

—Rubato!… l'orologio della mia povera mamma!… Rubato!

La sera stessa, senza lasciar scorgere quanto gli erano costati cari, e dimenticando anzi, per quel momento, tutte le ambascie sofferte, egli consegnò a Lalla i romanzi: mancava solo il Monsieur de Camors, che non c'era potuto entrare nelle venti lire.

—Oh, che peccato!—esclamò la signorina sinceramente.—Di questi non so che farne!… Li ho trovati dalla mamma, cercando in mezzo ai suoi libri. Era solo il Monsieur de Camors che desideravo!… Che peccato!—E distratta e mortificata, si pose a tagliuzzare le carte sbadatamente, con una stecca d'argento a cesello, che avrebbe potuto pagare, essa sola, tutti i debiti del Frascolini.

XVII.