La fanciulla bianca e delicata, la figuretta misteriosa, la signorina bionda, che egli adorava colla tenerezza mistica di un'alta idealità: Lalla, la sua Lalla, alla quale aveva osato baciare trepidante la manina morbida e le vesti odorose, come le foglie di un fiore, era in piena balìa di un altro uomo… di uno sconosciuto!… Era chiusa sola con lui, tutta sua, nella complice sicurezza della camera nuziale. Nè quel delirio geloso gli concedeva tregua: Lalla, sempre Lalla; ora la vedeva in lacrime, disperata, ora timorosa; ora la vedeva appassionata e anelante e stanca ricambiare i baci fervidi con un bacio lungo, morente…

—Per Dio!…—sentiva che piuttosto l'avrebbe uccisa, l'avrebbe strozzata colle sue stesse mani!…

—Perchè non sarebbero fuggiti insieme?… Che!… La signorina non avrebbe mai acconsentito. Era troppo timida… teneva troppo ai riguardi del mondo; era troppo aristocratica!—E poi, fossero anche fuggiti, dove andare?—come vivere?—Sarebbero stati ripresi subito… Lalla maritata anche più in fretta… e lui messo a marcire in un fondo di carcere.—Non c'era giustizia per la povera gente!…—.Chi era lui, Frascolini? Un plebeo, un pitocco, un villano!—Con lui si poteva far questo e peggio.

E qui, con un'invidia assaettata, egli imprecava contro l'ingiustizia infame del mondo, mentre, alla sua volta, si sentiva capace di commettere un delitto contro quel gran signore, che veniva a rubargli l'amante.—Sì, ci voleva la rivoluzione, la repubblica; ci voleva la Comune! Bisognava abbruciarle vive, impiccarle alla lanterna quelle carogne di nobili!—E quando era stanco d'imprecare e di soffrire provava uno scoramento strano; un gran vuoto doloroso e desolante gli si stendeva dinanzi; ad una ad una vedeva le ore affacciarsi lente e tristi, senza più quella sola, nella quale, e per la quale, sentiva la vita, a cui tutte le altre erano legate, come alla gemma preziosa una collana di perle: l'ora dei fidati colloqui. I disegni per l'avvenire, i bei sogni di ricchezza e di gloria cadevano in rovina….—Che cosa mai avrebbe egli potuto fare? Non era meglio tirarsi una pistolettata e morire, piuttosto di vivere dannato, con quello spasimo nel cuore?…

L'amore non lo aveva reso contento: gli aveva dato la guerra in casa e l'odio fuori; era un affanno, un'angoscia continua. Si vedeva distrutto, si sentiva ammalato di corpo e di spirito; ma tutti i dolori svanivano al fruscìo gentile della veste di Lalla, e quando essa gli era dinanzi buona, sorridente, casta come una santa, ed egli la vedeva arrossire sotto i suoi sguardi, erano dolcezze infinite, era l'estasi dell'anima tutta che gli avrebbe fatto benedire la vita anche se fosse stata per lui mille volte più dolorosa.

L'illusione di crearsi un nome, uno stato e, un giorno o l'altro, poter sposarla lui la signorina, era svanita da un pezzo. Lalla stessa non aveva mai coltivata una simile idea e, se Sandrino osava interrogarla in proposito, essa rispondeva seccamente al suo innamorato, che non avrebbe mai preso marito. E soltanto in questo mai il giovane Frascolini avea riposta tutta la fede e… e sperava.—Che cosa sperava? Forse non sapeva nemmeno lui; ma intanto quel barlume di speranza lo consolava, lo inebriava, trasportandolo di sogno in sogno, colla sua Lalla fra le braccia.

—Come mai avrebbe potuto farsi un nome? Da che parte incominciare? Si sa bene, trovata la strada, si corre facilmente, ma, trovarla… questo è il difficile! Sandrino, a sentir l'organista, aveva un tesoro in gola, e, a giudizio della signora Veronica, aveva pure molto talento drammatico; grazie tante! Ma, fosse diventato anche un Kean o un Tiberini, tant'è, il duca d'Eleda non gli avrebbe mai concessa sua figlia.

La letteratura?—È una camorra,—pensava Sandrino—è il monopolio di quattro o cinque giornali ignoranti e venduti che levano alle stelle il primo capitato che va avanti a forza di raccomandazioni… e di quattrini.

Da qualche tempo, il piccolo Dante di Santo Fiore, l'aveva a morte coi letterati e coi giornalisti. Una volta, agitato dai palpiti d'autore novizio, egli aveva spedito sotto-fascia, raccomandata, una sua novelletta ad un giornale letterario. Il giornale, tre mesi dopo, la rimandò pubblicata, unitamente alla polizza d'abbonamento, da pagarsi anticipato, per un anno. Quel suo nome A. Frascolini, stampato due volte in gotico, nel sommario e in fondo all'articolo, lo fece sognare ad occhi aperti. Egli la vedeva moltiplicarsi su tutti gli altri giornali, riempiere le vetrine dei librai; lo vedeva tradotto in tutte le lingue, e la mattina pensava sul serio di scrivere un'opera da sostituire ai Promessi Sposi, che ormai—avevano fatto il loro tempo.—La duchessina gli assicurò che aveva pianto nel leggere quel melanconico racconto: non era vero, ma Sandro lo credette e fu contento lo stesso. Ciò gli fu di sprone a lavorar con lena, e di lì a pochi mesi la Nena faceva andare e venire un grasso manoscritto, dalla povera casuccia del romanziere al palazzo d'Eleda. Lalla non ebbe fiato di leggerlo tutto, ma lo giudicò bellissimo, e Sandrino rimase colla convinzione di aver scritto un capolavoro.

Ma poi… non glielo volle stampar nessuno; nemmeno il giornaletto letterario, al quale era abbonato, e che lo aveva trovato splendido, ma troppo lungo.