Si faceva già tardi, e conveniva separarsi. I due giovani, da molto tempo non parlavano… Sandro non la accarezzava più, ma brancicava le mani e le braccia della fanciulla colle sue mani convulse, attraverso i regoli dell'inferriata, che rugginosi e scabri, spesso gli graffiavano i polsi. Anche Lalla cominciava a sentire nel suo sangue il sangue di Sandro. Un'onda calda li avvolgeva entrambi; avrebbero creduto di avere la testa nel fuoco, tanto bruciava… La fanciulla spinse fuori dai vani quanto più potè il viso e le labbra, e per la prima volta, sulla bocca, prese un bacio lungo, bramoso, che le penetrò, diffondendosi via via, per tutte le membra… Sandro pieno di beatitudine voluttuosa, pur colle braccia imprigionate, la teneva serrata fortemente contro il petto; le sbarre di ferro ammaccavano le loro carni, ma essi non sentivano più nulla. Stettero un pezzo così, stretti, abbracciati, avvinghiati insieme… poi la fanciulla stanca, indolenzita, gli uscì di sotto le braccia, e scivolò ginocchioni per terra, col capo piegato sul davanzale della finestra.
All'indomani, poco prima della partenza della signorina, c'era nel cortile una brigatella che l'aspettava per augurarle il buon viaggio. La carrozza che doveva condurla alla stazione, con Prospero e con la miss, era già pronta; gli altri, cioè la Nena, Lorenzo e il signor Francesco, erano partiti fin dal mattino. Era venuto per salutare la signorina anche il signor Domenico, che soffriva una grande soggezione del duca Prospero; poi c'era il medico, al quale miss Dill, allungando gli occhi su don Vincenzo che tabaccava a due mani per nascondere l'emozione, chiedeva ancora un ultimo consulto. C'era, in fine, il buon Ambrogio cogli occhi rossi, il Frascolini padre, e il figliuolo Sandro colle mani approfondate nelle tasche e il cappello sulla nuca, pallido, istupidito. Accanto a lui la Luigia (questa doveva partire più tardi colla duchessa) teneva sotto il braccio Musette che, povera bestiola, aveva fiutata la partenza della padroncina e, scuotendosi, dimenandosi, sforzandosi invano per liberarsi dalle strette della cameriera e correre da Lalla, emetteva certi guaiti, che straziavano il cuore e le orecchie.
Prospero, cui non piacevano i cani, aveva desiderato che la figliuola lasciasse Musette in campagna, promettendole in premio un bel cavallino da sella. Lalla, insistendo un po', avrebbe potuto ottenere l'uno e l'altra; invece, fu ragionevole, e si piegò subito ai voleri del babbo. Ma tutta mattina non seppe far altro che baciucchiare la cagnetta, protestando che Musette aveva capito ogni cosa; che Musette piangeva; che Musette non voleva più mangiare e che sarebbe morta dal dolore!… E si lamentava assai per quel distacco, godendo d'attirarsi la compassione altrui, per il capriccio del babbo tiranno.
Intanto la signorina era già salita in carrozza, e miss Dill insieme con lei: non si aspettava altro che il duca. Don Vincenzo, approfittando del ritardo, si avvicinò alla carrozza dalla parte dell'istitutrice. Miss Dill non poteva parlare; aveva il gozzo stretto, gli occhi gonfi e il naso pieno… quando ad un tratto, vinta dall'emozione, fe' un cenno a don Vincenzo, e allora, per la prima volta alla luce del sole, in faccia alla gente, le sue dita gialle si sprofondarono adagio adagio nella complice tabacchiera.
Il buon Ambrogio era dolente e insieme anche un po' mortificato: la duchessina partiva senza neppure salutarlo. Egli si teneva in disparte, sotto il portico, fra Sandro e la Luigia, fissando, ammirando la signorina, che non stava mai ferma nella carrozza. Lalla si voltava di qua, di là, domandando se tutto era pronto, se nulla era stato dimenticato; ridendo, scherzando, salutando ora l'uno, ora l'altro, colla sua vocina fresca, argentina. Il vecchio Ambrogio sperava sempre che avesse a voltar gli occhi anche dalla sua parte; ma Lalla non lo guardava perchè vicino a lui c'era Sandro. Si era congedata affabilmente con tutti; ma a Sandrino non aveva rivolto una parola, proprio come se il giovanotto non ci fosse stato nemmeno. Nel frattempo anche il duca Prospero, seguito da Maria, la quale voleva riabbracciare la figliuola, si avviava verso la carrozza, dispensando sorrisi, e strette di mano.
—Devo andare, eccellenza?—domandò il cocchiere, quando lo vide adagiato al suo posto.
—Sì; andiamo pure.
—No, no; aspettate… scusa, babbo!—esclamò Lalla, balzando a terra improvvisamente.
—Bada!… Che fai?—le gridò dietro Maria, mentre la fanciulla correva presso la Luigia. L'inaspettato ritorno della signorina fece battere il cuore, nello stesso tempo, a Sandro e ad Ambrogio. Sandro ebbe quasi paura che Lalla, non potendo più trattenersi, corresse a gettarsi fra le sue braccia; il buon Ambrogio, invece, sperava che la signorina si fosse ricordata anche di lui, e lo volesse salutare. Ma Lalla non badò nè all'uno nè all'altro; prese Musette fra le braccia, le scoccò in fretta sulla bianca testolina, un bacio forte, sonante, poi con un salto risalì lesta in carrozza, pestò sui piedi alla miss e senz'altro partì, fregandosi gli occhi col fazzoletto.
Due giorni dopo, anche Maria dovette partire per Borghignano. Ma sul punto di abbandonare quei luoghi si sentì troppo commossa, e volle far andare a vuoto la gentile attenzione degli abitanti di Santo Fiore, che le avevano preparato una dimostrazione di affetto. Anche il dolore ha la sua verecondia, e Maria sentiva nell'anima la delicata timidità dell'allodoletta ferita, che si trascina, per morir tutta sola, nel luogo più riposto e appartato.