Partì verso sera, senza averlo detto ad alcuno: lo sapevano solamente don Gregorio, Ambrogio e la Luigia. Uscì a piedi con don Gregorio, il quale volle accompagnarla alla stazione: presero una stradicciuola nascosta, fiancheggiata da due rivi, che scorrevano silenziosi sotto le fronde profumate delle acacie.

Tutti e due camminavano passo passo, senza parlare, e il loro sorriso era triste, come tristi dovevano essere i loro pensieri. Il buon vecchio si appoggiava al braccio di Maria; per altro la sua figura cadente, rovinata dagli anni, il suo volto solcato da rughe profonde, le lunghe ciocche di candidissimi capelli che lo contornavano, insomma tutto l'insieme di quell'aspetto venerando, non formava vicino alla delicata bellezza di Maria un contrasto sgradevole. Fra quella testa bianca e quella vaga testina bionda, c'era una mesta corrispondenza di espressione e di sentimento.

Maria era addolorata e sgomenta. In mezzo all'affanno dell'abbandono, nell'ignoto di una vita nuova, incerta, col rammarico della bella libertà, della quiete perduta, doveva pur confessare a sè stessa che una gioia colpevole, la certezza di rivedere Giorgio, serpeggiava ancora, e più forte e più indomabile, nel suo cuore. In quelle lotte, in quei rimorsi, anche sotto i baci di suo marito, l'ideale adorato era sempre vivo, vivo più che mai; e faceva arrossire di vergogna la poveretta, cui pareva di essere contaminata, di non essere più degna della immagine cara e gentile. Allora non ebbe coraggio, non volle, disarmata, sfidare il pericolo a cui moveva incontro, e con un filo di voce confidò l'affanno di quella sua gioia segreta a don Gregorio. Solo per un delicato riserbo tacque il nome del conte Della Valle. Don Gregorio l'ascoltò attentamente, guardandola con un sorriso buono e pio, e stringendole la mano con un'affettuosità paterna:—Fatti coraggio—le disse.—Tu sai da molto tempo che la vita è lotta e dolore. Combatti sempre colla tua fede nell'anima, col tuo retto sentire per guida, e trionferai… Tu sei forte e buona!…

—Oh, don Gregorio, no, non sono forte! Sono una povera donna affranta, allo stremo di forze; aiutatemi voi, voi che siete un santo!

—Noi, non sono un santo, figliuola. Io, vedi, sono stato sempre lontano dal pericolo; ho vissuto tranquillo e dimenticato, senza seduzioni, e senza battaglie. Il Signore non ha mai voluto provarmi, forse perchè nella sua sapienza infinita conosceva la mia debolezza. A essere buono, a essere onesto non ho dunque alcun merito; ma tu, tu hai combattuto e hai vinto: combatterai ancora, e quantunque nella lotta possa uscire col cuore sanguinante, non indietreggerai d'un sol passo, non ti farai colpevole di una sola debolezza, perchè, lo sento, tu sei fatta come Dio fa gli angeli!

—Ma se un giorno… se un giorno mi sentissi troppo debole, io, povera donna, sola, abbandonata a me stessa?…

—Allora ritornerai nel tuo sicuro rifugio, e se non mi troverai più vivo, ti aspetterò là,—e così dicendo don Gregorio indicava a Maria l'angusto cimitero di Santo Fiore, che si scorgeva poco lungi, colla chiesetta illuminata, tra il bianchiccio delle sepolture recenti.—Ti aspetterò là; e tu, sulla mia croce, ricorderai che questo povero vecchio ti amò, come amò la sua fede; penserai a tua madre, e ritroverai la calma e il coraggio.

—No, no; voi non dovete morire…

—Io sono vecchio; ho fatto molto cammino… e ormai sono stanco, figliuola…

In quel punto, dal vicino sagrato, frammisto al mormorio delle fronde e al vario e acuto frastuono d'una miriade di grilli cantaiuoli, giunse fino al loro orecchio una pia cantilena; un inno grave, melanconico, dolcissimo. Erano le litanie della Vergine, il vecchio canone, che nella sua monotona cadenza ha tanti fascini di mistica melodia, tanta dovizia di memorie intime e care. Erano le voci bianche, argentine delle povere giovanette del villaggio, così colme di fede, d'innocenza e d'amore, alle quali rispondevano in coro tutti i devoti, raccolti nella solitaria chiesetta.