—Allora la tua passione farà di te una martire, e non sarà una colpa, ma un esempio.

—Oh, grazie, grazie! Sento che Iddio non mi abbandona, sento che sarò forte sino alla fine.

Maria si rialzò più sicura e più consolata. Attorno a lei, perdendosi come un ultimo e caro saluto, vagava, fremendo nell'aere, l'onda armoniosa dell'inno sacro. Involontariamente don Gregorio unì la sua voce fioca, tremula a quella squillante, vibrata delle giovanette, che adesso si sentivano sempre più lontano cantare con l'invariata cadenza:

Regina Confessorum Regina Virginum Regina Sanctorum omnium

mentre Maria rispondeva col coro, invocando la Vergine santa della nostra fede: Ora pro nobis.

XVIII.

La famiglia d'Eleda non si fermò a Borghignano che pochissimi giorni. Maria non si fece quasi vedere da nessuno e ripartì col marito, Lalla e miss Dill, alla volta di Pegli, dove avevano stabilito, tutti d'accordo, di far la cura dei bagni.

Pegli era allora di moda. Vi si vedeva raccolto il fior fiore dell'eleganza, e fra gli altri c'era anche il conte Pier Luigi da Castiglione, il quale aveva abbandonata la diplomazia perchè oramai, mortagli la moglie, non trovava più alcun bisogno di star lontano da casa sua. Quantunque vecchio, Pier Luigi era un sottaniere incorreggibile: grande, grasso, floscio, colla faccia rasa bucherellata dal vaiolo, la pelle viscida, il capo pelato, coperto solo dai pochi capelli della nuca variopinti, lunghissimi, tirati sul cranio e incollati l'un presso all'altro con una maestria singolare. La bocca sdentata; il naso enorme, paonazzo, carnoso, sembrava una spugna filettata di vene azzurrognole. Era un coso, insomma, assai ributtante; ma aveva molti quattrini, preferiva nelle donne la forma alla sostanza, e quando riusciva a snidare qualche nuova selvaggina (era la sua frase) le si fregava d'attorno con un'insistenza così paziente e così petulante, da farsela cadere nelle mani nove volte su dieci. Bisognava vederlo il vecchio e grosso sornione a strisciar fra le quinte o a salterellare nei salotti di dubbia fama! Le mime, le ballerine, le cantanti da operetta, lo chiamavano—lo zio,—ed egli gongolava tutto a fare il coccolo, il bambinone, in mezzo a quello sciame di cicale. E anche dopo soddisfatto il capriccio non le lasciava andare; ma continuava a tenersele sotto mano, a visitarle nelle ore perdute, a regalarle di chicche e di fiori. Prendeva parte ai loro affari, dava consigli a proposito dei protettori, e le informava paternamente della cifra che questi potevano spendere, le rappattumava coi loro amanti, pettegolava colle cameriere, le teneva tutte sotto le sue ali, come s'egli fosse la chioccia del bordello.

Quando gli andò in paradiso la moglie, Pier Luigi tirò un sospirone; non doveva più correre fino a Parigi, a Vienna o a Berlino per divertirsi; tutto il mondo è paese, e il conte da Castiglione aveva capito che anche in Italia c'era da godersela abbastanza bene. Ma la fortuna, quella maledetta fortuna, proprio sul più bello del gioco, gli fece un tiro birbone: gli fe' cadere addosso, nientemeno, una pupilla dai diciannove ai vent'anni, una nipote della sua povera moglie, la quale, in tal maniera, lo teneva legato alla catena anche dal mondo di là. La signorina Giulia di Rocca Vianarda era un bel pezzo di ragazza; pareva lavorata nel burro; bianca, rosea, tondeggiante, con certi capelli neri da zingara e due occhi grandi che bruciavano. Ma aveva la disgrazia di appartenere a una gran famiglia, e di essere senza un soldo di dote, ragion per cui Pier Luigi poteva ben correre con lei tutti gli stabilimenti di acque e di bagni da Santa Maria a Viareggio; un marito, un marito purchessia, non c'era verso di poterlo trovare.

Il povero tutore sbuffava; si tingeva a più radi intervalli, e cominciava per davvero a piangere sua moglie, che almeno lo lasciava libero all'estero e che, se fosse stata ancora quaggiù, se l'avrebbe digerita lei, la nipote!