GERASTO. Inviate a chiamarlo. Questa è vostra casa, che in vostro nome colui se n'era fatto possessore.
NARTICOFORO. Ed io per tal la reputo. Vale.
FACIO. Oh, povere vesti perse due volte!
GERASTO. Non dubitate, venite di qua e l'arete. Ma chi piglia i fastidi per fastidi, entra in un mar di fastidi; però non vorrei io tanto ingolfarmi in questi fastidi, che lasciassi passar l'occasione che ho desiderata mille anni. Fioretta m'ha promesso aspettarmi in questa camera, e giá due ore sono: deve star a disagio. O me felice, or corrò il frutto tanto desiderato! Ma qui non è niuno. Ella è vergine e si deve vergognare venir da lei; e se ben muore per me, la vergogna la fa restia. In somma, se non ci la conduco per forza, non verrá da lei giamai. Io ho questi amici, la farò tor per forza e menar qui dentro; ma mi meraviglio che lo speciale non v'ha condotti quei lattovari che l'ho fatti far per trovarmi gagliardo con Fioretta. Ma eccola dinanzi la porta: o voi, prendetela e di peso menatela in questa camera terrena.
SCENA XI.
ESSANDRO, GERASTO.
ESSANDRO. (Oimè, ecco Gerasto e mena genti seco! Certo gli è palese il mio fallo: prima che m'uccida, será meglio gli chieda perdono!).
GERASTO. Toglietela! che fate?
ESSANDRO. Che volete da me infelice? chi sète voi?
GERASTO. Infelice son io che muoio di rabbia per amor tuo.