ESSANDRO. Veramente, i spassi amorosi sono i piú dolci che fioriscono ne' giardini della gioventú, menati dalla primavera degli anni. È degno che un sol momento di quelli s'acquisti con lunga e penosa servitú d'anni; perché questo sol piacere par che eguagli il sommo diletto che si può trovar qui in terra, e mentre si bacia il viso della amata donna, si ha quello contento compito che possa da noi gustarsi in terra. O felici e sovramodo felici coloro che in lieta coppia, da pari ardor feriti, amor gli annoda, e senza sospetto alcuno di gelosia si godono felici insino alla morte! Entrato che fui dentro, le persuasi il mio fatto; non ebbi molta resistenza. Baciandola, diceva che il mio fiato sapea di quel di Fioretta; allora gli scoversi come io e Fioretta eravamo una cosa medema, e l'inganno che avea usato per servirla. Le dispiacque non avercelo scoverto al principio; che senza inganno arei avuto da lei quello che in sí lungo tempo avea acquistato, né saressimo stati tanto tempo ociosi. E mi cercò perdono se mentre la serviva, non sapendolo, m'avesse offeso. Ahi, quanta sarebbe la mia gioia, se non fusse interrotto da questo romano! Ahi, che quanto è stato piú smisurato il piacere, tanto sará piú senza pari il dolore, sapendo che ho da lasciarla. O fortuna, che fusse nato senza cuore, che or non sería ricetto di tante fiamme! Ma farò prima tutto quello che sará possibile, accioché i loro desideri non abbino effetto. Andrò a travestirmi, ridur quelli a casa e attendere al fatto mio.
ATTO III.
SCENA I.
ESSANDRO, PANURGO, MORFEO.
ESSANDRO. Oh, con quanto buon animo vi meno a casa, poiché vi veggio cosí bene adobbati e andar con tanta riputazione che sareste per darlo ad intendere ad altra persona che Gerasto.
PANURGO. Che ti par di questo mio raschiar grave e sputar tondo? che della portatura, delle vesti e de' guanti? che del caminare? Non ti paiono nati dalla quinta essenza della pedantaria?
ESSANDRO. Non vi manca altro se non che con gli effetti si confaccino i ragionamenti: che ragionando di cose che non sappiate, gli respondiate con parole tanto sospese e ambigue che si possono adattare ad ogni proposito, e ti lasci cadere alle volte dalla bocca qualche parola allatinata.
PANURGO. Lascia fare a me, che ti farò veder miracoli. Ma che ti par del mio aiutante? non ti ha egli ciera di magnifico?
ESSANDRO. Dimmi, Morfeo, che ballotte son queste che tieni in bocca?
MORFEO. Queste non solo mi servono che, ponendole in bocca, mi contrafanno il viso; ma son composte di agli pisti, di galbano e di assa fetida che come il vecchio s'accosterá per ricevermi, gli farò rutti in faccia tanto puzzolenti che giudicherá essere insopportabili a soffrirsi da sua figlia.