ESSANDRO. La lingua perché cosí di fuori, con gli occhi stralunati che pari un appiccato?
MORFEO. Accioché ogni persona si muova a vomito in guardarmi; ma tutto è una delicatura a par di quello che vo' mostrarvi. Che vi par della campana che ho tra le gambe?
ESSANDRO. Ah, ah, ah, a che effetto cotesto?
MORFEO. Gli darò ad intendere che per la rottura mi sieno caduti nella borsa non solo gli intestini, ma tutte le massarizie di casa ancora; accioché sua figlia esca di speranza, che non solo non sará pagata da me di grossi o di doppioni, ma né di un sol picciolo ancora.
ESSANDRO. O Morfeo galante, antivedo la cosa, che riuscirá netta.
Entrarò prima e farò con bel modo che Gerasto venghi a ricevervi.
MORFEO. Ricordati dirgli che siamo stracchi e affaticati e morti di fame per essermo stati mal trattati nelle osterie, accioché ne proveda benissimo.
ESSANDRO. So che non pensi ad altro.
MORFEO. E se lo sapete, perché farvelo ricordare da me?
PANURGO. Morfeo, ricordati chiamarmi Narticoforo e tu Cintio, e avermi rispetto proprio come ti fusse padre.
MORFEO. Me ne ricordo e straricordo cosí bene che lo potrei ricordare allo ricordo istesso.