GERASTO. Questi è Cintio vostro figliuolo?

PANURGO. Ipse est e vostro famulo ancora.

GERASTO. Sii ben venuto, Cintio, figliuol mio.

MORFEO. Ben ritrovato, padre ca… ca… caro.

GERASTO. Come è cosí impedito della lingua, Narticoforo caro? come cosí sconcio della faccia? oimè, che puzza!

PANURGO. Ignoro per qual infausto numine gli venne nelle fauci un'angina e nella bocca quello apostèma, onde gli ha corrotto il fiato e toltogli la facoltá di poter ben alloquere.

GERASTO. Facciamogli tagliar quello apostèma, che qui in Napoli abbiamo valenti uomini che lo san fare.

MORFEO. Non è ma… matura, è acerba. Il vostro naso in… inco… inco… incomincia a sentir la puzza.

GERASTO. Strana infirmitá! come l'ha tutto trasformato!

PANURGO. Era il piú formoso giuvenculo che avesse la cittá di Roma, che da molte nobili matrone era chiesto in copula matrimoniale; e poi non so qual oculo maligno l'ave affascinato, overo discenso lunatico, e fatta la metamorfosi che vedete con intúito oculare.