[255]. Fabbroni, Vita di Cosimo.

[256]. «Ecci chi vorrebbe, per fare vergogna e danno ad altri, che il Comune avesse e vergogna e danno, e ingegnansi in quanto possono, che questo abbi a seguire; che è cattiva condizione d’uomo. Parmi nonostante che questa impresa sia ai più piaciuta, e che veduto la cosa essere ridotta in luogo dove interviene l’onore del Comune, per ciascuno si debba dare ogni favore possibile; et così fo in quello posso qua, e simile conforto te, benchè sono certo non ne bisogni.» (Ad Averardo de’ Medici, da Firenze 4 febbraio 1430.)

[257]. «Mi pare la guerra sia più lunga non vorremmo, e tutto per non l’aver voluta quando si poteva: sicchè Iddio perdoni a chi n’è cagione.» (Accusa la quale non so a chi vada, nè a che accenni.) Allo stesso Averardo, da Verona 21 ottobre 1430, ed altra da Ostiglia 1º dicembre.

[258]. Abbiamo la Posta del capitale in commercio spettante a Cosimo dei Medici nel Catasto del 1432. I traffici per la fabbricazione di merci e le accomandite di cambio andavano per compagnie, dove i Medici spesso avevano la rata più grossa. Segue la Posta com’è nel libro:

Cosimo di Giovanni de’ Medici, figli e nipoti, pel traffico di Firenze, di fiorini 120, tocca a loro. Fior. 78 15
Per la commandita di Bruggia e Londra, in loro ditta, per fiorini 160, tocca loro 78 17
Per quella di Avignone e Ginevra, per la rata di fiorini 160, tocca loro 96 —
Pel traffico di Vinegia sotto la ditta di Pier Francesco de’ Medici e compagni, per la rata di fiorini 100, tocca loro 65 12
Pel traffico della Lana sotto la ditta Giov. di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 30, tocca loro 18 15
Pel traffico della Lana dice in Piero di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 15
Pel traffico di Pisa dice in Ugolino Martelli, per la rata di fiorini 80, tocca loro 30 —
Pel traffico della Seta dice in Piero di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 10
Somma in tutto il Catasto ed è l’imposta sul commercio di Cosimo de’ Medici fiorini d’oro 428 —

Canestrini, La Scienza e l’arte di Stato, pag. 157. — La terra, le case, l’entrate sul Monte, i crediti, i mobili, stavano da sè.

[259]. Vespasiano da Bisticci, Vita di Cosimo de’ Medici.

[260]. Si trova in addietro l’una delle due Parti (non so quale) essersi chiamati i Buoni e l’altra i Belli; e l’una Valacchi e l’altra Uomini da bene. (Cavalcanti, Stor., lib. I, cap. 1.)

[261]. L’autore dal quale più cose traemmo circa lo stato della Repubblica e il gioco vario delle parti, dicemmo noi essere devoto ai Medici; ed è vero che Giovanni Cavalcanti, avverso al governo degli Ottimati, encomia sempre con parole affettuose Giovanni dei Medici; ma inverso Cosimo il linguaggio di lui ne sembra più adulatorio che schietto, spesso involgendosi negli artifizi. Comincia l’Istoria da una sorta d’invocazione a Cosimo stesso, il quale vorrebbe chiamare piuttosto uomo divino che mortale, siccome colui che dalla fortuna, senno di Dio, venne favorito con tutte le sue divine potenze. Ma vuole tacerne, «perchè egli conosce negli uomini le virtù non essere in questa momentanea vita nè immutabili nè perpetue, e che allora quando le felicità esaltano gli uomini, la ingratitudine sottentra, e la superbia occupa le virtù.» Laonde nel seguito de’ tempi il linguaggio del nostro autore si fa più severo, e aguzza la penna contro a Cosimo ed ai suoi: finisce l’Istoria compiangendo alla morte di Rinaldo degli Albizzi, quando aveva perduto questi ogni speranza di riacquistare la patria, facendo risorgere con armi nemiche lo stato antico della Repubblica. Ma queste cose poi vedremo.

[262]. «E’ danari del Monte tornarono a fiorini diciotto per cento e non si trovava compratore.» (Febbraio 1432-33.) — «A’ 23 di aprile 1433 a ore 22 ci furono due cavallari con nuove della pace, e con l’ulivo ch’ell’era conchiusa col Duca, e sonorono le campane, e fessi fuochi. Non se ne rallegrò se non e’ poveri; e’ danari del Comune non migliororono nulla.» (Morelli, Ricordi; in Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 168.)