Item, quod Gonfalonerii sotietatum Populi et Duodecim Boni viri Comunis predicti ad presens in officio existentes, possint, simul et seu divisim, — interesse ad celebrandum scrutinia Partis guelfe, facienda tempore offitii presentium Capitaneorum dicte Partis. — Et quod cum ipsis Gonfaloneriis et Duodecim et sine eis possint dicta scrutinia celebrari et fieri; ita quod, esse vel non esse ad faciendum dicta scrutinia, in ipsorum Gonfaloneriorum et Duodecim voluntate et arbitrio sit remissum. —

Nº IV. (Vedi pag. [117].)

Abbiamo qui sotto scelti alcuni documenti i quali a noi sembrano dare evidenza alle cose discorse nel testo. Vi è un salvocondotto a Gino Capponi del 1402, e dopo la presa di Pisa una lettera della Signoria circa il fare Cavalieri i Commissari e i Capitani: poi una ve n’è quanto al tenere vuota Pisa di gente e scarsa di derrata; e a Gino Capponi un rimprovero molto acerbo per l’usare che egli faceva verso i Pisani troppo benignamente; e una Istruzione perchè a Firenze fossero condotti fino a centotto cittadini di Pisa e alcuni con le famiglie loro; seguono alla lettera i nomi di centotto Pisani, pochi dei quali di chiare famiglie, i più mercanti e massimamente delle arti più ricche. Diamo per ultimo una rigida ingiunzione per impedire e gastigare le brutte violenze usate dai soldati già molti mesi dopo alla caduta di Pisa. Tutti questi documenti vengono dal Carteggio della Signoria che si conserva nell’Archivio di Stato di Firenze.

Universis et singulis.

Diamo per tenore delle presenti licentia et libera facultà al nobile huomo Gino di Neri Capponi d’andare, come et quando fia di suo piacere, in qualunque luogo di nimici del nostro Comune, et a parlare chon qualunque di loro, chon quella chonpagnia vorrà seco menare. Comandando per tenore delle presenti che, per cagione di questa andata, nè a lui nè a chui menasse seco, per tempo alcuno, possa essere imputato alcuna cosa; imperò che elli va di nostra saputa et consentimento e sappiamo ciò ch’elli va per fare. Sì che niuno a questo s’opponga per alcuna cagione. E per fede di questo abbiamo fatto fare queste patenti lettere sugellate de nostri sugelli. Data Florentie, die XXV octobris, XI Ind., MCCCC secundo.

Bartholomeo de Corbinellis Gino de Caponibus et Bernardo de Cavalcantibus, de officio Decem balie Comunis Florentie. Et Matheo de Castellanis et Iacobo de Gianfigliazis, Commissariis Comunis Florentie in campo contra Pisas.

Carissimi nostri. Noi abbiamo veduto quanto fedelmente e solicitamente voi vi sete afaticati perchè la città di Pisa vengha nelle mani del nostro Comune. E perciò vorremo che alcuno segnio nel cospetto di ciascheduno n’aparisse. Il perchè vi piaccia essere et stare contenti farvi nel nome di Dio Cavalieri, nella presa che di Pisa si farà. La qual cosa sarà a noi e a questo popolo grande piacere, e a voi e alle vostre famiglie honore e perpetua fama. E perchè questo abbia effecto, scriviamo al magnifico Cavaliere messer Luca dal Fiesco, nostro capitano generale di guerra, che, in nome del Gonfaloniere della iustitia della nostra città per lo popolo di Firenze, vi debbia promuovere alla degnità della Cavallaria. Et la lettera vi mandiamo con questa. E di poi, si farà qua verso le vostre persone quello che si richiede e conviene. Avisandovi che noi non vogliamo che alcuno altro nostro cittadino si faccia Cavaliere, sanza nostra expressa licentia. E a questo provedete per modo che ’l nostro scrivere abbia effecto. Data Florentie, die VIII octobris MCCCCVI.

Bartolomeo de Corbinellis et Gino de Caponibus.

Noi non v’abbiamo scripto perchè abbiamo lasciata la graveza di ciò a’ Dieci della Balía. Hora abbiendo sentito degli inconvenienti che sono costà, ci è necessità lo scrivervi. E questo è, che noi abbiamo udito che in Pisa è rimasa poca gente della nostra da cavallo e da piede e singularmente da cavallo, la quale voi avete mandata a pigliare le castella. Oltre a ciò sentiamo che in Pisa è tornata molta gente di cittadini, di quelli che non v’erano quando voi v’entrasti, e che molti contadini vi sono venuti e tutto dì vi vengono, e che v’è entrato e entra molta vituaglia. Di che, considerati i pericoli che potrebbono seguitare, vogliamo e comandianvi che la gente d’arme, la quale voi, poi che entrasti in Pisa, mandasti fuori a pigliare le castella, che sanza indugio la facciate tornare dentro in Pisa. E le roche e’ casseri delle castella fornite di fanti a sofficientia; e delle castella non ci pare per ora da dubitarne, tegnendo bene la città. E quando questa gente d’arme è dentro, che voi siate forti, fate di mandarne fuori di Pisa chi v’è dentro tornato poi che voi v’entrasti. E oltre a ciò de’ cittadini che vi sono da più, mandatecene qua una brigata quelli che paiono a voi che sete in sul fatto. E dopo a questo mandate uno bando che ciascuno Pisano o habitante in Pisa, a pena dell’avere e della persona, debbia, infra quelle parecchi hore che voi porrete di termine, avere portata ogni arme da offendere e da difendere in quello luogo che vi pare, mettendolo nel bando nominatamente, e quella arme mettete in luogo salvo; e poi fate cercare a ciascuno le case, et torne quanta n’avessono, e punire rigidamente chi non avesse apresentata l’arme, passato il termine del bando. E provedete che victuaglia non v’entri se non dì per dì, che sentiamo molta ve ne abonda. Et date modo che de’ contadini non v’entrino in quantità o in modo che pericolo alcuno ne potesse seguire. E queste cose fate solicitamente e con buono modo, che tutto lasciamo sopra le vostre spalle, tanto che di qua si provegga. E fate bene e diligentemente guardare e alle porte e in ogni altro luogo ove bisogna, sì che della città di Pisa vi rendiate bene sicuri. Ancora abbiamo sentito, che de’ nostri soldati insieme con alcuni Pisani e sanza, ànno tolte delle cose e traportate d’una casa in altra, et etiandio tolte per loro; la qual cosa ci dispiace infino a l’anima. E pertanto fate riducere queste cose ne’ primi luoghi dove s’erano, e provedete per modo che i soldati non faccino ruberie o villanie a persona. E chi il contrario facesse, fate punire per modo che sia exemplo a ciascuno di non errare. Data Florentie, die XIII octobris MCCCCVI, a hore XXIII ½.

Duplicata die XVI octobris MCCCCVI, hora XVII.