Abbiamo sentito che certe lecta, panni e altre cose e arnesi di Piero Gaietani e di monna Giovanna sua sirocchia e della Maria et Iva sue nipoti, le quali cose erano nel monasterio di santo Mazeo in Pisa, poi che ’l nostro Comune prese la città predetta, certi de’ Gambacorti le tolsono e transportarono dove piacque loro. Il perchè voliamo che, se voi trovate che le dette cose sieno state tolte, da poi che voi entrasti nella città di Pisa, che voi le facciate tutte sequestrare, a petitione del detto Piero e tenerle salvamente. Data Florentie ut supra, die XVI octobris, hora XVII.
Gino de Caponibus Capitaneo Pisarum.
Noi t’abbiamo scripte più lettere, del mandar qua de’ cittadini Pisani che fussino huomini di capo e d’avere seguito, e apti a scandalo novità: e ultimamente mandasti una scripta di centotrè o circa, de’ quali ne sono venuti pochi più che i mezi, come per gli Dieci della Balìa è stato scripto costà, e mandati i nomi di chi mancha. E veggiamo che tu curi pocho del nostro scrivere e poco conto ne fai, chè non ci ài voluti mandare quegli huomini che sono la sicurtà del nostro Comune a cavargli di Pisa e fargli venire qua; anzi ài fatto a tuo modo, o per preghiere o per amicitia o per che cagione si sia. Et àci mandato uno campanaio, che tu medesimo scrivi che egli si stava in quello di Lucha a fare campane. E pertanto noi ti comandiamo, sotto pena della nostra gratia, che veduta questa lettera, tu ci mandi quelli che mancano del numero de’ predetti. Et oltre a ciò, ci manda quelli cinquanta, i quali ti debbono avere dati scripti i dieci Proveditori di Pisa. E ancora ci manda circa XXV altri Pisani, i nomi de’ quali ti mandiamo in questa lettera interchiusi. Et oltre a questi, se in Pisa à altri huomini che habbino seguito e sieno capi da fare ragunate o novità, mandacegli qua, e sieno quanti si vogliono. E a tutti fa’ comandamento che in brevissimo termine sieno innanzi a noi, a pena dell’avere e della persona. E se tu non vorrai obedire, come ài fatto infino a qui, noi terremo di modi che ti dispiaceranno, e manderemo costà persone che ci ubidiranno. E d’una cosa ti certifichiamo, che i nostri cittadini non sono disposti a volere tenere tanto exercito in Pisa, da cavallo e da piede, quanto forse tu ti dài a intendere; anzi vogliamo limitare la spesa e trarre di cittadini di Pisa tanti, e fargli stare qua che noi ne possiamo vivere securi. Sì che, apriti bene gli hurecchi, e fa’ quello che ti scriviamo, altrimente non te ne loderai. E rispondici a quello che ti scriviamo e con lettere e con fatti. Dat. Florentie, die XXIII novembris MCCCCVI hora XXIII.
Gino de Capponibus Capitaneo Pisarum.
Dilettissimo nostro. Colle presenti ti mandiamo una scritta suggellata, nella quale sono scripti cierti Pisani in numero CVIII, e quali pe’ nostri precessori, e pe’ Collegi e altri uffici che anno balìa de’ fatti di Pisa, è stato solennemente diliberato che debbino star qua a Firenze a’ confini; tra quali, come per essa scripta comprenderai, certi sono che oltre all’avere eglino a stare qua a’ confini, ci ànno ancora a conducere tutta la loro famiglia. E per volere noi dare executione alla sopra detta deliberatione, e acciò che detti Pisani non caggino nella infrascripta grave pena; vogliamo e comandianti, che prestamente tu comandi a ciaschuno Pisano, e quali nella detta scritta nominatamente si contengono, che per tutto el presente mese di marzo, debbono essere qua, e quelli ch’ànno a menare le famiglie secondo la forma della detta scritta, fra ’l detto termine ce la debbono avere condotta. Notificando a ciaschuno de’ detti Pisani, come pur quelli della Balìa di Pisa è stato deliberato, che qualunche non si rapresenterà come di sopra si dice, per tutto el presente mese, e chi ci à a conducere le famiglie e non ce l’avesse condotte al detto termine, s’intendono essere e sono condannati nell’avere e nella persona, e così contra loro e ne’ loro beni si procederebbe. E se alcuno di quegli che nella detta scritta si contengono fussi absente e in luogo non troppo longincho, come nel contado di Pisa o a Luccha o a Siena o a Bolognia o a Gienova o ne’ contadi d’alcuno de’ detti luoghi; vogliamo che, preso ch’arai la informatione dove sieno, che prima questo facci alle loro chase significare o a’ loro più proximi coniuncti, e poi pe’ messi della corte o per altri e quali sopra ciò diputassi, personalmente e per iscriptura faccia loro el comandamento che sotto la detta pena qua debbano essere al termine predetto. E se avessi informatione che alcuno della detta scripta fussi qui a Firenze, non obstante questo, vogliamo che alle case loro e a quegli che sono loro più coniuncti facci fare simile comandamento. E se alcuno de’ Priori che sono al presente in ufficio si contenesse nella detta scripta, a loro notifica che, fra otto dì dal dì ch’aranno diposto l’ufficio, si debbano qua rapresentare sotto la detta pena dell’avere e della persona. Tu vedi che questa è materia che à bisognio di diligentia, e che tosto vi sia data executione, considerato la pena grave nella quale eglino incorrono non ubidiendo. Oltra ciò fa’ che di tutte le notificationi e richieste le quali a’ predetti farai, e de’ raporti d’esse notificationi e richieste, ne facci fare negli atti della tua corte autentica scriptura; la copia della quale poi ci manderai, però che non vogliamo ch’alcuno si possa schusare non ubidendo, con pretendere ignorantia e non gli essere stato notificato. Avisandoli, che quando qua vengono, s’ànno a rapresentare dinanzi al nostro Podestà di Firenze.
Quello si dice de’ Priori di Pisa, che notifichi loro come fra gli otto dì dal dì che diporranno l’ufficio; non vogliamo che faccia questa notificatione o che in alcuno modo ne parli, se non quando diporranno l’ufficio: prima non ci pare honesto.[577]
Gino de Capponibus.
Noi non ti potremo, Gino, scrivere in quanta displicentia e turbatione ci sia stato il caso, il quale abbiamo sentito costà ne’ dì passati essere corso, cioè di quella fanciulla la quale pare che di casa di Nicholaio Aragonesi fussi tolta per certi soldati, non sappia’ però chi si sia stato. Oltracciò abbiamo sentito, che per te assai è stata martoriata e con aqua e con colla la detta fanciulla, vogliendo tu ritrovare chi fussi stato quello o quegli che avessi commesso cosa tanto abominevole vituperosa e trista. E più pare, secondo che abbiamo informatione da persona degna di fede, che oltre al villano caso, che avvenne l’altrieri di quella fanciulla de’ Lanfranchi che fu guasta, essere state poste schale per intrare a honeste donne e bennate. Questi casi quanto e’ sieno abominabili, di quanta infamia alla nostra città e quanto pericolosi, non che tu, Gino, ma qualunque rozzo facilemente il può giudicare. E sai che nel mondo niuna displicentia e iniuria si può fare a chi è huomo, nè adducerlo in maggiore displicentia che vedersi sforzare le donne loro, e l’onestà d’esse (chè sai quanto è cara cosa) contaminare e vituperare. Quanti stati e reggimenti per questo siano stati soversi, quanti morti e guerre di ciò sieno seguite ne’ tempi passati e ne’ moderni, a te può essere noto, conciosiacosa che, da poi che ’l mondo principiò, rare sobversioni di reggimenti siano stati, che da simile materia non abbino avuto principio. Ma pure, pognendo che in questo niuno pericolo fossi, la cosa in sè è tanto villana e tanto trista e di tanta infamia sono a chi à el governo, che in nessuno modo sono da patire sanza grave punitione. E veggiamo chiaramente, Gino, che ogni dì averranno simili inconvenienti e quali un dì potrebbono generare grande schandalo, se in questo principio non ci si piglia tale forma, che nessuno ardisca a comettere cose sì scellerate. E però vogliamo e a te strettissimamente comandiamo, che in questo fatto tu proceda in forma e modo che per tutti si cognoscha e vega, in quanto dispiacere e odio siano a noi queste abominabili cose, e sia tale esempro e terrore a qualunche che nessuno ardischa più di commettere cose tanto scellerate. E se intorno acciò, perchè quanto ti scriviamo abbia luogo, bisognasse che per la nostra Signoria si facessi alcuno provedimento, prestamente per messo proprio ce ne rendi avisati. La fanciulla la quale sentiamo che anchora ài in prigione vogliamo ti sia raccomandata; però che sai, le fanciulle essere semplice e non cognoscere gli uomini co’ quali non praticano: et ecci stato amiratione, che lei abbi posto alla tortura, benchè pensiamo non l’abbi fatto sanza grande cagione. Data Florentie, die XX mensis iunii MCCCC septimo, Ind. XV.